“Dentro le Scritture, oltre le religioni”: un libro sulla teologia di Armido Rizzi

Non succede spesso che un teologo racconti un altro teologo. Ma quando accade i risultati possono essere particolarmente interessanti e originali. Parliamo di Dentro la Bibbia. La teologia alternativa di Armido Rizzi (Gabrielli ed., pp. 384, 25€; il libro, senza spese di spedizione aggiuntive, può essere richiesto ad Adista: tel. 06/6868692; email: abbonamenti@adista.it; o acquistato presso la nostra libreria online, cliccando qui).

Il teologo che ha scritto il libro è Carmine Di Sante, una delle voci più autorevoli nell’odierno panorama degli studi teologici in Italia. Di Sante ha studiato teologia presso l’Istituto Teologico di Assisi, dove poi ha anche insegnato; si è specializzato in Scienze Liturgiche presso il Pontificio Ateneo “S. Anselmo” di Roma e successivamente si è laureato in psicologia presso l’Università “La Sapienza” di Roma. Particolarmente attento alla riflessione sull’Antico Testamento, per venti anni ha lavorato come teologo al SIDIC (Service International de Documentation Judéo-Chrétienne) di Roma, centro fondato dopo il Vaticano II per promuovere l’applicazione della Dichiarazione conciliare Nostra Aetate e il dialogo ebraico-cristiano.

Protagonista del libro, un altro grande teologo e filosofo italiano, Armido Rizzi, pensatore originalissimo e geniale che, a partire da una presa di distanza definitiva dal tomismo (ossia del tentativo di conciliazione, avviato da Tommaso d’Aquino nel XIII secolo, del Dio della Bibbia con il Dio dei filosofi), ha avviato, dopo il Concilio, una continua e coerente decostruzione della cosiddetta “ellenizzazione” della teologia. A questo tema in particolare è dedicata la prima parte dello studio di Carmine Di Sante su Rizzi: l’ellenizzazione, spiega di Sante, è quel fenomeno storico e teorico, che ha radici nell’insegnamento di Paolo di Tarso, secondo il quale il Dio biblico, per essere compreso ed efficacemente annunziato ad un mondo non ebraico, ha bisogno del ricorso alle categorie del pensiero greco, dell’eros platonico da una parte e del logos aristotelico dall’altra. Questa circostanza porta ad una prima forte contraddizione tra la teologia “tradizionale”, compresa quella del Ratzinger teologo e papa, con quella di Armido Rizzi. Ratzinger infatti «ritiene il logos greco necessario alla fede; Rizzi è convinto del contrario: che esso non solo non è necessario alla comprensione del racconto biblico, e più in generale di ogni racconto o “mito” religioso, ma che è incompatibile con la sua veritas, altra dalla veritas del logos della filosofia. Rinunciare pertanto al logos della filosofia non vuol dire per Rizzi consegnare l’esperienza religiosa all’irrazionale, al soggettivismo o all’emozione, ma che essa custodisce un logos altro da quello della filosofia greca che, oggettivatosi nei racconti o “miti” religiosi, esige di essere interpretato ed esplicitato».

La teologia di Rizzi è radicalmente “alter-nativa”, in questo duplice senso: pone al centro della sua riflessione non più l’io ma “l’altro”; inoltre, si tratta di una teologia “altra” rispetto a quella dominante nei trattati classici. Oltre a liberare la Bibbia dal logos filosofico e metafisico con il quale è stata declinata durante i secoli, Rizzi parla di un Dio della libertà, della gratuità e della misericordia, «creatore di un uomo vocato e in-vocato alla responsabilità dell’amore altrettanto gratuito e misericordioso nei confronti dello straniero, dell’orfano, del povero e della vedova, cioè nei confronti di ogni uomo nel suo essere di bisogno o volto».

Particolarmente importante il capitolo intitolato “oltre le religioni” in cui Di Sante racconta un altro caposaldo della teologia di Rizzi, forse quello di più cogente attualità e valore “profetico”. Il capitolo riprende il titolo di una serie di pubblicazioni teologiche edite da Gabrielli (di cui Adista ha ampiamente parlato) che coinvolgono teologi di punta della ricerca teologica mondiale. La teologia di Rizzi si situa all’interno di questo più ampio e profetico filone. «La tesi di fondo della teologia rizziana è che tutte le religioni sono fonti di salvezza perché in ciascuna di esse opera la potenza del risorto in forma anonima, non diversamente da come operava nei due discepoli del racconto lucano risvegliandoli alla speranza e al coraggio: “Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino? (Lc 24,32)». Di Sante osserva però che «l’Europa moderna, caso unico nella storia delle civiltà, è un’Europa che da secoli ha preso le distanze dalle religioni», dando così origine alla secolarizzazione. Rispetto a questo fenomeno, «Rizzi si chiede se non ci sia un rapporto anche tra il Cristo e l’uomo secolarizzato e se la secolarizzazione stessa non possa essere un luogo di salvezza, allo stesso modo delle religioni». E la risposta è affermativa, perché c’è una rivelazione di Dio anche al di fuori delle religioni: è quella che il Vaticano II chiama “il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli si trova solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità propria” (Gaudium et Spes, 16)».

Parte superiore del fronte di copertina del libro di Carmine Di Sante, Dentro la Bibbia. La teologia alternativa di Armido Rizzi, Gabrielli Editori 2018 – immagine tratta dal sito dell’editore.

di Valerio Gigante, in “Adista” – Notizie – n. 3 del 26 gennaio 2019

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Le molte ipotesi della vita dopo la morte: Carlo Molari

le molte ipotesi sulla vita dopo la morte

Con il prolungamento della vita media e il corrispondente aumento degli anziani e dei vecchi crescono anche le testimonianze sulla esperienza della morte o meglio della sua attesa.
A questo proposito, osserva Edoardo Boncinelli: «noi aspiriamo ad avere punti di riferimento fissi a cui appigliarci, sia di natura conoscitiva sia di natura normativa.
Come i bambini. Non importa che i riferimenti cognitivi siano veri, ma devono essere fissi e ‘certificati’. Così non importa che le convinzioni e le norme siano ragionevoli, basta che siano ripetute e ribadite» (Io e Lei. [=La morte] Oltre la vita, Ugo Guanda editore, Milano 2017 p. 63). Ammonito da questa convinzione dello scienziato vorrei esaminare un solo aspetto del problema. Mi chiedo in quale misura il risultato della crescita personale e la eventuale continuità della vita dipenda dalle scelte compiute nella storia terrena e se quindi la morte rappresenti per alcuni il passaggio ad un’altra modalità di esistenza come sviluppo della dimensione spirituale mentre per altri possa anche rappresentare la fine definitiva dell’avventura personale.

Premessa

Il 15 febbraio 2013 una giovane signora mi ha interpellato via E-mail sulla condizione attuale della madre, morta una settimana prima a 52 anni. Poneva numerose domande: «cosa ne è dei defunti per la nostra religione? veramente un giorno ci rincontreremo? e la mamma come sta? può essere già in Paradiso o è possibile si trovi in Purgatorio? a cosa possono aiutarla le nostre preghiere? veramente ci si incontra con i propri cari già morti? e io quando la rincontrerò? nel giorno della mia morte o nel giorno del Giudizio Universale? dove si parla di queste cose nel vangelo? mi aiuti a cercare risposte in modo che io possa confortare oltre che me stessa i miei cari».
Riassumo brevemente la mia risposta: «Tutte le nostre idee e le parole corrispondenti nascono dall’esperienza. Ora noi non abbiamo alcuna esperienza della condizione umana dopo la morte». Per chiarire meglio l’affermazione portavo un esempio. «I suoi due figli quando crescevano nel suo utero e hanno cominciato a percepire una presenza, il battito del suo cuore, il flusso del sangue, il respiro, che idea potevano avere della loro madre? Come potevano immaginare il suo volto? Come potevano percepire il cielo, le nubi, il sole, le altre persone? Anche quando li separavano solo pochi centimetri non potevano rendersi conto della realtà. Così anche tutti noi nell’attuale condizione non possiamo immaginare né avere una minima idea della condizione futura nostra e dei nostri cari.
Se poi siamo credenti possiamo pensare che l’amore di Dio creatore non ci abbia chiamato alla vita solo per poco tempo ma per sempre. Secondo il Vangelo Gesù a chi lo seguiva prometteva «nel futuro la vita eterna » (Mc. 10, 30), con l’invito «venite, benedetti dal Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo» (Mt. 25, 34). Per questo secondo il Vangelo di Giovanni Gesù diceva che era venuto per «darci la vita in pienezza » (Gv. 10,10) e alla sorella dell’amico Lazzaro assicurava: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me anche se muore vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno» (Gv. 11, 25).
Come il feto nell’utero materno sviluppa gli organi (cuore, polmoni ecc.) che non servono in quel momento, ma solo dopo la nascita, così anche noi ora sviluppiamo gli organi spirituali che servono per la vita futura.
Questo significa crescere come figli di Dio.
In quanto cristiani crediamo che «colui che ha risuscitato il Signore Gesù, risusciterà anche noi con Gesù e ci porrà accanto a Lui» (2a lettera di Paolo ai Corinti 4, 14). Risorgere non significa che il nostro corpo andrà altrove, ma che la nostra dimensione interiore cresce e si sviluppa in modo da attraversare la scomparsa per entrare in una modalità spirituale di esistenza. In questa prospettiva è anche comprensibile quello che scrive l’apostolo Paolo quando dice: «per questo non ci scoraggiamo, ma se anche il nostro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore si rinnova di giorno in giorno.
Infatti il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria, perché noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili. Le cose visibili sono di un momento, quelle invisibili sono eterne» (2 Cor. 4, 16-18).

Autorevoli biblisti

Ora sarei in grado di rispondere con citazioni di autori più autorevoli delle mie. In particolare voglio ricordare due libri recenti.
Il primo del biblista cattolico Romano Penna Quale immortalità. Tipologie di Sopravvivenza e origini cristiane (S. Paolo, Cinisello Balsamo 2017) e il secondo dello storico valdese Paolo Ricca Dell’al di là e dall’al di là. Che cosa accade quando si muore? (Claudiana, Torino 2018). Trattano temi diversi, ma sul dopo morte di fatto ambedue dichiarano di non avere risposte assolute se non nel richiamo ad un attuale amore di Dio e del prossimo coinvolgente e generoso, come garanzia di una continuità dell’esistenza.

Romano Penna conclude la sua analisi con le seguenti affermazioni: «L’importante è che il pensiero dell’immortalità futura non sia un motivo onirico per una fuga per la tangente distogliendoci dal realismo di un presente impegnativo e, comunque, dal punto di vista cristiano, anticipatore. Occorre invece coltivare la certezza che tutto comincia qui adesso: l’immortalità parte dalla convivenza con le cose più piccole e le relazioni più disparate di ogni giorno.
L’oraziano carpe diem risuona non solo in un nostro scrittore del passato recente: ‘immortale è chi accetta l’istante… Che cosa è la vita eterna se non questo accettare l’istante che va?’ [egli cita Cesare Pavese Dialoghi con Leucò 101-103 senza ricordare che poi è morto suicida], ma soprattutto nella citata affermazione paolina: ‘Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza’ (2 Cor 6, 2)… Semmai se c’è un’ultima precisazione da fare, è che l’attimo fuggente va colto, non in un subdolo senso egoistico e magari godereccio di timbro falsamente epicureo, ma come quotidiano esercizio gioioso di un amore disinteressato e costruttivo, di cui la fede cristiana costituisce un tipico impulso» (R. Penna, ivi p.
159). In nota il biblista cita le parole di Benedetto XVI del 27 gennaio 2013, giorno in cui annunciava le sue future dimissioni: «Ogni giorno può diventare l’oggi salvifico, perché la salvezza è storia che continua per la Chiesa e per ciascun discepolo di Cristo.
Questo è il senso cristiano del carpe diem: cogli l’oggi in cui Dio ti chiama per donarti la salvezza» (ivi p 159 n. 7).

Paolo Ricca, dopo un lungo esame storico (pp. 29-70) e un capitolo sulla reincarnazione (pp. 71- 102), propone la sua riflessione con il richiamo alle concezioni cristiane e termina con due parabole di Matteo.
La prima dei due figli (Mt. 21, 28-32) «nella quale per un singolare paradosso, quello dei due figli che alla fine fa la volontà del padre e va a lavorare nella vigna è quello che gli aveva detto ‘no’, rifiutando il suo ordine e la sua autorità» (ivi p. 122).
La secondo parabola (Mt. 25, 31-46) è ‘una descrizione assolutamente originale del giudizio finale, dove addirittura i ‘giusti’ non sanno di essere giusti e gli ‘iniqui’ non sanno di essere iniqui» (Id. ivi p. 123). Il giudizio finale avrà come oggetto «un unico doppio comandamento: amare Dio e il prossimo». «Molti, in vita, non si sono accorti che, amando il prossimo, il prossimo sofferente (affamato, assetato, profugo, nudo, malato, carcerato) hanno amato Dio, perché non sapevano che il Figlio di Dio era presente nel prossimo che soffre; lo scoprono alla fine, ma non è troppo tardi, perché comunque hanno amato, ed è questo che, nel giudizio di Dio più di tutto il resto veramente conta e veramente vale: ‘Chi dimora nell’amore dimora in Dio, e Dio dimora in lui’ (I Giovanni, 16)». (Ricca, ivi p. 123).
Quando però deve esprimere i contenuti dottrinali della fede nella vita dopo morte premette che «su questioni di questo genere e di questa portata si possono fare affermazioni, non dare dimostrazioni. Ed è anche per questa ragione che rinunciamo a ‘concludere’» (ivi. p. 125). Ricca osserva che nessuna delle numerose ipotesi esaminate può «proporsi come realmente conclusiva, né autorizza noi a ‘concludere’ in un modo o in un altro» (p. 125). Da parte sua egli risponde «nell’unico modo che gli sembra possibile, cioè con un atto di fede, che è questo: egli crede che con la morte non finisca tutto, ma che la vita della persona continui in un altro modo; la morte non è la fine, ma un passaggio» (ivi pp. 125 s.).
Ricorda infine che l’apostolo Paolo inizia la parte conclusiva del capitolo 15 della Prima lettera ai Corinti dedicato alla risurrezione parlando di «un mistero». Ricca precisa «che si tratta di un mistero rivelato.
C’è una grande differenza tra un mistero e un mistero rivelato: un mistero è un punto oscuro, un mistero rivelato è un punto luminoso. E mentre davanti a un mistero che resta un enigma si può esitare e anche dubitare, davanti a un mistero che diventa rivelazione, cioè luce, si può credere » (p. 127). Ma senza sapere.

di Carlo Molari, in “Rocca” n. 2 del 15 gennaio 2019

“La via della bellezza: un libro di Vito Mancuso

La via della bellezza è la via della salvezza.
Perché ci viene spontaneo raccogliere sulla spiaggia del mare le conchiglie e i sassolini più belli?
Perché rimaniamo incantati davanti a un volto umano o a un dipinto, o avvertiamo un’inesprimibile dolcezza interiore ascoltando musica, o ci soffermiamo con gli occhi spalancati a contemplare un tramonto?
Perché, in altre parole, ricerchiamo quella rivelazione, quell’epifania che definiamo bellezza?
Vito Mancuso affronta in questo nuovo affascinante libro un mistero che è tipico dell’uomo, e ne interpreta le profondità per farne la bussola capace di orientare il cammino verso la verità. Superando ’aspetto esteriore dei nostri corpi per approfondire il senso dell’interiorità della nostra anima fatta di armonia e fascino, eleganza e grazia, questa riflessione diventa un’avventura alla ricerca delle sorgenti della bellezza in grado di indicarci quali pratiche concrete possiamo mettere in atto per rendere quotidiano il nostro rapporto con essa: solo in questo modo infatti potremo superare ogni indifferenza e tornare, o addirittura iniziare, a gioire al cospetto di quelle opere e di quegli eventi capaci di stringerci il cuore. Perché ricercare e custodire la bellezza è la via privilegiata per onorare il compito che attende la nostra vita.

Descrizione

Titolo: La via della bellezza
Autore: Vito Mancuso
Editore: Garzanti Libri
Formato: EPUB con DRM
Costo testo cartaceo: 16,00 E
Dimensioni: 361,2 KB
Pagine: 204 p.
EAN: 9788811607007

 

L’Italia smarrisce il senso del sacro e si riduce il numero dei cattolici: un’indagine di Community Media Research

Le festività natalizie fanno scattare, nel discorso mediatico, un meccanismo consolidato: come andranno le spese delle famiglie in regali, cibo e vacanze? Come andranno i consumi?

Non solo a causa delle difficoltà di quest’ultimo decennio il Natale è annoverato fra gli indicatori dell’andamento dell’economia. La dimensione religiosa della ricorrenza, e non sempre, si declina nell’intimità familiare, nel privato o confinato alle comunità dei credenti. Eppure, la religiosità, così come l’ideologia politica, costituiva un universo di valori per le persone. Un insieme di norme che contribuiva a guidare l’azione dei singoli. Permetteva la costruzione di un senso comune. Offriva un obiettivo condiviso per la costruzione della società e del suo futuro.

Religiosità e ideologie erano le narrazioni delle comunità che (e di come) si sarebbero dovute costruire. L’uso dei verbi al passato non è casuale. Perché tali pilastri hanno perso la loro valenza. La dimensione religiosa è attraversata da tensioni profonde. Già all’inizio degli Anni 60 il sociologo Sabino Acquaviva evidenziò un’«eclissi del sacro». All’orizzonte comune dei valori religiosi di riferimento si è sostituita una declinazione individuale che definiremmo «tailor made», dove ognuno ritaglia su di sé la morale religiosa in una sorta di «fai-da-te». Tant’è che siamo in presenza di «un singolare pluralismo» morale e religioso, così come definito da una ricerca curata da Garelli, Guizzardi e Pace (Mulino) nel 2000.

Un limbo collettivo

A distanza di quasi 20 anni da quell’indagine sono ancora mutate la religiosità e la spiritualità degli italiani?
Community Media Research, in collaborazione con Intesa Sanpaolo per «La Stampa», ha ripercorso alcuni dei temi sugli orientamenti religiosi degli italiani. Pur con le cautele del caso, tuttavia il raffronto con quanto rilevato all’inizio del secolo evidenzia come i processi di trasformazione allora rilevati si siano approfonditi. E, in generale, la società italiana mostri evidenti segni di una progressiva erosione della dimensione del sacro. Le dichiarazioni di appartenenza religiosa raccontano che la maggioranza della popolazione si dichiara ancora oggi cattolica (60,1%). Largamente minoritari sono quanti appartengono ad altre famiglie religiose (dagli islamici ai buddisti, dagli ebrei alle altre cristiane o non cristiane: complessivamente il 6,5%). Per contro, un italiano su tre (33,4%) non sente di appartenere ad alcuna confessione religiosa.

Fin qui, dunque, l’Italia parrebbe un Paese popolato da cattolici. Se è così, tuttavia, tale quota decresce significativamente dal 2000 di 19,1 punti percentuali, quando allora era stimata al 79,2%. Tale travaso, però, più che andare a vantaggio di altri gruppi religiosi, va ad alimentare l’area della non-appartenenza: il 33,4%, contro il 18,8% del 2000. Quindi, la religiosità cattolica coinvolge ancora una larga fetta della società italiana, ma è in contrazione. Non a vantaggio di altre culture religiose, quanto di una sorta di limbo. Un ulteriore riflesso della minore tensione all’appartenenza religiosa è riscontrabile nella frequenza ai riti e alle funzioni religiose. Gli «assidui»” (partecipano tutte le domeniche o almeno più volte al mese) sono il 25,6%, in calo di 24 punti percentuali rispetto al 2000 (erano il 49,6%). Crescono sia i «saltuari» (partecipano solo ad alcune occasioni o ogni 4-5 mesi: 47,0%, dal 34,9% del 2000) sia chi non frequenta mai (27,4%, era il 15,5% nel 2000).

Così, a una diminuzione del senso di appartenenza, consegue un minor grado di partecipazione ai riti delle comunità religiose. È interessante poi osservare come anche all’interno delle famiglie religiose le due dimensioni (appartenenza e partecipazione) non siano così scontate. Fra i cattolici solo il 39,4% è presente in modo assiduo ai rituali, quota però più cospicua rispetto a quanti appartengono ad altri gruppi religiosi (26,2%). I cattolici, quindi, paiono più fedeli, ma è una (larga) minoranza a partecipare con costanza ai momenti comunitari.

Vita spirituale

I processi erosivi della trascendenza nella vita quotidiana si colgono analizzando quanti ritengono di avere una vita spirituale e di credere in un’entità soprannaturale. In entrambi i casi otteniamo che un’ampia minoranza si riconosce nelle due dimensioni: il 45,4% sente di avere propria una vita spirituale, il 40,4% è religioso. Sommando queste affermazioni, identifichiamo quattro profili di religiosità. Il gruppo prevalente è dei «materialisti» (46,3%), che dichiara di non avere né una vita spirituale né religiosa, particolarmente presenti fra i 40enni (64,5%), assai più che fra i giovani (44,5%). Le caratteristiche opposte le troviamo nei «credenti» (34,5%), che sono il secondo gruppo, più diffuso fra gli adulti (oltre 55 anni: 43,4%). Fra questi due insiemi incontriamo quanti hanno una «spiritualità soggettiva» (11,1%), ma non riconoscono alcuna entità superiore. E, viceversa, chi ha un’appartenenza religiosa ispirata dalle consuetudini: la «religiosità culturale» (8,1%). Va sottolineato come la metà fra i cattolici (51,1%) rientri nel gruppo dei «credenti» e il 29,0% alberghi fra i «materialisti».

I processi di secolarizzazione proseguono la loro marcia. La perdita di intensità della dimensione del sacro lascia spazio a una materialità individuale e nelle relazioni, come denunciato dallo stesso Papa Francesco. Eppure il fenomeno dell’eclissi (del sacro) adombra come il lato oscuro nasconda un’altra realtà, che fatichiamo a vedere. Il pluralismo religioso e spirituale emerso dalla rilevazione è anche indice di una ricerca a fronte della perdita del tradizionale orizzonte di valori. È una nuova domanda di senso per l’epoca di trasformazioni che stiamo attraversando. Che richiede una grande opera di discernimento.

L’Italia smarrisce il senso del sacro e si riduce il numero dei cattolici, di Daniele Marin, in “La Stampa” del 22 dicembre 2017

 

Nota metodologica

Community Media Research, in collaborazione con Intesa Sanpaolo per La Stampa, realizza l’Indagine LaST (Laboratorio sulla Società e il Territorio) che si è svolta a livello nazionale dal 9 al 16 ottobre 2017 su un campione rappresentativo della popolazione residente in Italia, con età superiore ai 18 anni. Gli aspetti metodologici e la rilevazione sono stati curati dalla società Questlab. I rispondenti totali sono stati 1.561 (su 13.413 contatti). L’analisi dei dati è stata riproporzionata sulla base del genere, del territorio, delle classi d’età, della condizione professionale e del titolo di studio. Il margine di errore è pari a +/-2,5%. La rilevazione è avvenuta con una visual survey attraverso i principali social network e con un campione casuale raggiungibile con i sistemi CAWI e CATI. Documento completo su www.agcom.it e www.communitymediaresearch.it

“C’è chi vuole pregare e cerca il tempo e il luogo”
intervista a Carlo De Marchi

Don Carlo De Marchi è vicario della Prelatura dell’Opus Dei per l’Italia Centro Sud. Milanese, da 20 anni a Roma, ha un’esperienza di 10 anni di lavoro in una Ong di cooperazione allo sviluppo. Don De Marchi, lei ha pubblicato il saggio «La formula del buonumore».

Qual è la sua percezione sul crollo della dimensione religiosa? Quali sono le cause e i bisogni da cui deriva?

«Il crollo è un dato di fatto, anche se mi pare che papa Francesco vada più in là: la religiosità fondata sull’appartenenza di famiglia o di ceto sociale è finita. I luoghi tradizionali si svuotano? Andiamo a parlare uno per uno con chi sta fuori».

L’«eclissi del sacro» significa che la gente non cerca più il trascendente? Oppure ognuno ritaglia su di sé la morale religiosa?

«Il cristianesimo non è una morale. Sottolineo una linea di fondo: la lotta contro il perfezionismo. Non ci si salva con i propri muscoli, bisogna accettare i difetti propri e altrui. Il cristianesimo non è credersi perfetto, ma incontrare Gesù che salva le persone e le relazioni».

Quali sono i segni più evidenti di questo calo di religiosità?

«Esiste una certa suscettibilità negli ambienti di lavoro: c’è tolleranza su tutto, ma si nota imbarazzo appena si fa un cenno alla fede. È un imbarazzo che si scioglie quando si entra in dialogo a tu per tu. Non si tratta tanto di convincere i colleghi o il mondo, ma di condividere con gli altri un’esperienza».

I cattolici paiono più fedeli, ma è una (larga) minoranza a partecipare con costanza ai momenti comunitari. Questo che cosa significa?

«Ho un’esperienza, comune a tanti sacerdoti: ho condiviso sul web alcune meditazioni e ho notato con sorpresa che varie centinaia di persone le ascoltano. Vogliono pregare ma non trovano il tempo o il luogo. Per questo le ho chiamate “meditazioni in tangenziale”.
Anche un ingorgo si può trasformare in luogo sacro. I numeri globali calano, ma forse queste persone e famiglie stanno crescendo. Benedetto XVI parlava di creatività delle minoranze. Mi pare che il Vangelo anche oggi attragga, quando è presentato in modo autentico e personale. Il cristianesimo di facciata è in crisi, ma forse è meglio così».

La secolarizzazione è irreversibile in tempi brevi?

«I processi non sono irreversibili, anzi il trend è già cambiato. L’altro ieri pomeriggio sono stato cinque ore in confessionale. Dovunque un prete si mette ad ascoltare si crea una coda paragonabile alle auto in doppia fila per le spese natalizie».

a cura di Domenico Agasso jr, in “La Stampa” del 22 dicembre 2017