Ormai solo l’educazione ci può salvare: Note per educare alla nonviolenza nel tempo della paura

Il panorama attuale

Si vis pacem para bellum, se vuoi la pace prepara la guerra, è il vecchio motto latino che ha accompagnato millenni di storia dell’umanità. Storia punteggiata da guerre, da centinaia di milioni di morti, da enormi sprechi di risorse sottratte all’educazione, all’istruzione, alla sanità, al welfare: nel solo 2017 la spesa pubblica militare mondiale è stata 1.739 miliardi di dollari, in crescita costante. Se si fosse trattato di un enorme esperimento scientifico per validare l’ipotesi – per quanto intuitivamente assurda – che per fare la pace bisogna preparare il suo contrario, la guerra, sarebbe stata abbandonata da tempo. Invece su questa ipotesi – spacciata per certezza – si basa l’organizzazione attuale della società.

Anche della nostra: il nostro Paese è agli ultimi posti in Europa per spesa pubblica per l’istruzione e la cultura è invece ai primi per spesa pubblica militare. E non c’è nessun comparto industriale che possa vantare profitti crescenti come quello delle armi, soprattutto nell’export. Come se non bastasse, il governo vuole incrementare anche il mercato interno con leggi che facilitano il possesso e l’uso delle armi, aprendo anche la società italiana ad uno scenario come quello statunitense, dove decine di scuole – ogni anno – sono teatro di stragi da armi da fuoco

La situazione è dunque gravissima su diversi piani: papa Francesco ha più volte definito la situazione attuale come “terza guerra mondiale diffusa”; gli scienziati atomici nel loro Bollettino annuale continuano a riportare sempre più vicino alla mezzanotte nucleare l’orologio dell’apocalisse (ora a 2 minuti, come nel 1953); le guerre che devastano il pianeta – e che fanno la ricchezza dei produttori di armi – generano migrazioni di profughi che si aggiungono ai migranti che fuggono da situazioni di povertà e di devastazione ambientale; questo esodo diventa il pretesto per promuovere politiche fondate sulla paura dell’alieno e sull’odio nei confronti di chi è differente da noi. E la paura è il pretesto per costruire nuovi muri in tutta Europa, dopo che nell”89 era stato abbattuto quello di Berlino. E per nuove legislazioni razziste.

La violenza culturale

La violenza, spiega Joan Galtung, ha diversi livelli: quello della violenza palese agìta direttamente: la guerra, il terrorismo, l’omicidio; quello della violenza delle strutture economiche e sociali che la favoriscono, come la produzione di armi, gli eserciti, i modelli di sviluppo che devastano l’ambiente e precarizzano le persone, le mafie…; la violenza culturale che sta a fondo di tutto ciò e giustifica e legittima le altre forme di violenza: sono le narrazioni che apprendiamo fin da piccoli secondo le quali i conflitti si risolvono con la violenza ed il fine giustifica i mezzi. Se vuoi la pace prepara la guerra, appunto.

La violenza culturale è quella più difficile da sdradicare perché rappresenta un “implicito culturale”: ciò che è dato per scontato. E’ quello che apprendiamo quando studiamo la storia come un susseguirsi di vicende di violenza – lo spargimento del sangue – mentre nessuno ci racconta i conflitti risolti senza violenza: “il sangue risparmiato”, come lo chiama efficacemente Anna Bravo. Quando nei corsi di formazione ai volontari in servizio civile sul tema della difesa non armata e nonviolenta racconto della resistenza non armata dei danesi sotto l’occupazione nazista che ha salvato – unico caso in Europa – il 98% degli ebrei residenti e come questa abbia portato a modificare anche l’atteggiamento degli occupanti, risparmiando la popolazione dalle rappresaglie, come spiega Hannah Arendt ne “La banalità del male”, i ragazzi mi chiedono perché queste cose non si insegnino a scuola.

Eccoci al punto: ormai davvero solo l’educazione ci può salvare. Si tratta di ribaltare il detto latino e di sostituirlo con uno nuovo: se vuoi la pace prepara la pace. Che cosa vuol dire preparare la pace su un piano educativo? Significa decostruire e delegittimare la violenza culturale e promuovere una narrazione di senso ed una pratica di relazioni radicalmente alternative: quelle della nonviolenza. Che non è solo l’assenza di violenza – che ne è la condizione necessaria ma non sufficiente – ma la costruzione di una prospettiva differente di approccio alla realtà ed alle relazioni. “Poiché le guerre nascono nella mente degli uomini, è nella mente degli uomini che devono essere poste le difese della pace” è scritto efficacemente nel preambolo della Carta dell’UNESCO.

Dieci note per educare alla nonviolena

Allora vediamo alcune note su elementi che mi paiono necessari ad un’educazione fondata sulla nonviolenza:

1. educare alla complessità: viviamo in un sistema complesso ed interconnesso, rispetto al quale – come ha insegnato Edgar Morin – non ci sono risposte e soluzioni semplici, se non quelle fondate sulla violenza. Dunque non sono soluzioni. La nonviolenza è un modo adeguato per stare al mondo nel tempo della complessità;

2. educare al pensiero critico: la realtà e la società non vanno accettate così come sono, ma possono essere cambiate. La violenza non è un destino dell’umanità ma una sua scelta culturale che può essere modificata. Così si conclude la Dichiarazione di Siviglia sulla violenza (UNESCO): “Concludiamo affermando che la biologia non condanna l’umanità alla guerra. Così come “le guerre cominciano nella mente degli esseri umani”, anche la pace comincia nella nostra mente. La stessa specie che ha inventato la guerra può inventare la pace. In questo compito ciascuno di noi ha la sua parte di responsabilità”;

3. educare alla responsabilità, che è un elemento ulteriore rispetto all’educazione alla legalità. Ossia educare al rispetto della legge finché la legge è giusta ma all’obiezione di coscienza ed alla disobbedienza civile se la legge è sbagliata. Per preparare una legge più giusta. E’ il principio di Antigone, all’origine della civiltà, che don Milani ha ribadito con la formula “l’obbedienza non è più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni”;

4. educare all’empowerment, alla gestione positiva ed assertiva del potere che ciascuno possiede. Il potere non come sostantivo singolare maschile, ma come declinazione del verbo potere: io posso, tu puoi, egli può, noi possiamo, voi potete, loro possono. “Il potere di tutti” lo definisce Aldo Capitini;

5. educare a considerare e trattare l’altro sempre un fine e mai un mezzo, come ha insegnato Immanuel Kant, dunque educare al rispetto per l’altro, della sua vita e della sua dignità, indipendentemente dalla provenienza, dalla religione, dal colore della pelle, e da qualsiasi ulteriore specificazione;

6. educare al disarmo, che è disarmo culturale prima che militare. Educhiamo ad uscire dall’egocentrismo, dal nazionalismo, dall’occidentecentrismo, dall’antropocentrismo… Educhiamo al decentramento cognitivo, a guardarci dal punto di vista degli altri, all’ascolto attivo. Che non prevede le armi

7. educare all’umanizzazione dell’avversario: “la nonviolenza è appassionamento all’esistenza, alla libertà ed allo sviluppo di ogni essere” soleva ripetere Aldo Capitini. Dunque non esistono nemici, che vengono de-umanizzati, semmai avversari che vanno umanizzati;

8. educare a concentrarsi su mezzi che siano coerenti con i fini, perché come dice Gandhi “il mezzo sta al fine come il seme sta all’albero, tra i due c’è lo stesso inviolabile legame che c’è tra il seme e l’albero”. Solo i mezzi che usiamo sono nella nostra disponibilità, non i fini;

9. educare alla trasformazione nonviolenta dei conflitti, ossia educare a gestire i conflitti – anche interpersonali – con il metodo nonviolento, in modo che da potenziali distruttori delle relazioni – e principio delle guerre – essi siano occasione di relazioni più intense e profonde;

10. educare personalità nonviolente, come invita a fare Giuliano Pontara: educare al coraggio, all’impegno, alla fiducia negli altri, alla tenacia, alla resilienza, all’empatia, alla creatività, alla mitezza: in una parola alla capacità di sconfiggere la paura.

Si tratta di competenze trasversali, che hanno a che fare tanto con gli apprendimenti formali quanto con gli apprendimenti non formali e informali. Elementi di nonviolenza che, per essere appresi davvero, non devono solo essere raccontati, ma praticati nella quotidianità dell’organizzazione scolastica e nella qualità delle relazioni che si intessono al suo interno, oltre che ricercati nei contenuti delle diverse discipline curricolari. Insomma, la scuola e tutti i contesti formativi – cioè le persone che le abitano – non devono solo educare a questi contenuti, ma devono educarsi ad essi e, da questi, lasciarsi trasformare.

“Dentro le Scritture, oltre le religioni”: un libro sulla teologia di Armido Rizzi

Non succede spesso che un teologo racconti un altro teologo. Ma quando accade i risultati possono essere particolarmente interessanti e originali. Parliamo di Dentro la Bibbia. La teologia alternativa di Armido Rizzi (Gabrielli ed., pp. 384, 25€; il libro, senza spese di spedizione aggiuntive, può essere richiesto ad Adista: tel. 06/6868692; email: abbonamenti@adista.it; o acquistato presso la nostra libreria online, cliccando qui).

Il teologo che ha scritto il libro è Carmine Di Sante, una delle voci più autorevoli nell’odierno panorama degli studi teologici in Italia. Di Sante ha studiato teologia presso l’Istituto Teologico di Assisi, dove poi ha anche insegnato; si è specializzato in Scienze Liturgiche presso il Pontificio Ateneo “S. Anselmo” di Roma e successivamente si è laureato in psicologia presso l’Università “La Sapienza” di Roma. Particolarmente attento alla riflessione sull’Antico Testamento, per venti anni ha lavorato come teologo al SIDIC (Service International de Documentation Judéo-Chrétienne) di Roma, centro fondato dopo il Vaticano II per promuovere l’applicazione della Dichiarazione conciliare Nostra Aetate e il dialogo ebraico-cristiano.

Protagonista del libro, un altro grande teologo e filosofo italiano, Armido Rizzi, pensatore originalissimo e geniale che, a partire da una presa di distanza definitiva dal tomismo (ossia del tentativo di conciliazione, avviato da Tommaso d’Aquino nel XIII secolo, del Dio della Bibbia con il Dio dei filosofi), ha avviato, dopo il Concilio, una continua e coerente decostruzione della cosiddetta “ellenizzazione” della teologia. A questo tema in particolare è dedicata la prima parte dello studio di Carmine Di Sante su Rizzi: l’ellenizzazione, spiega di Sante, è quel fenomeno storico e teorico, che ha radici nell’insegnamento di Paolo di Tarso, secondo il quale il Dio biblico, per essere compreso ed efficacemente annunziato ad un mondo non ebraico, ha bisogno del ricorso alle categorie del pensiero greco, dell’eros platonico da una parte e del logos aristotelico dall’altra. Questa circostanza porta ad una prima forte contraddizione tra la teologia “tradizionale”, compresa quella del Ratzinger teologo e papa, con quella di Armido Rizzi. Ratzinger infatti «ritiene il logos greco necessario alla fede; Rizzi è convinto del contrario: che esso non solo non è necessario alla comprensione del racconto biblico, e più in generale di ogni racconto o “mito” religioso, ma che è incompatibile con la sua veritas, altra dalla veritas del logos della filosofia. Rinunciare pertanto al logos della filosofia non vuol dire per Rizzi consegnare l’esperienza religiosa all’irrazionale, al soggettivismo o all’emozione, ma che essa custodisce un logos altro da quello della filosofia greca che, oggettivatosi nei racconti o “miti” religiosi, esige di essere interpretato ed esplicitato».

La teologia di Rizzi è radicalmente “alter-nativa”, in questo duplice senso: pone al centro della sua riflessione non più l’io ma “l’altro”; inoltre, si tratta di una teologia “altra” rispetto a quella dominante nei trattati classici. Oltre a liberare la Bibbia dal logos filosofico e metafisico con il quale è stata declinata durante i secoli, Rizzi parla di un Dio della libertà, della gratuità e della misericordia, «creatore di un uomo vocato e in-vocato alla responsabilità dell’amore altrettanto gratuito e misericordioso nei confronti dello straniero, dell’orfano, del povero e della vedova, cioè nei confronti di ogni uomo nel suo essere di bisogno o volto».

Particolarmente importante il capitolo intitolato “oltre le religioni” in cui Di Sante racconta un altro caposaldo della teologia di Rizzi, forse quello di più cogente attualità e valore “profetico”. Il capitolo riprende il titolo di una serie di pubblicazioni teologiche edite da Gabrielli (di cui Adista ha ampiamente parlato) che coinvolgono teologi di punta della ricerca teologica mondiale. La teologia di Rizzi si situa all’interno di questo più ampio e profetico filone. «La tesi di fondo della teologia rizziana è che tutte le religioni sono fonti di salvezza perché in ciascuna di esse opera la potenza del risorto in forma anonima, non diversamente da come operava nei due discepoli del racconto lucano risvegliandoli alla speranza e al coraggio: “Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino? (Lc 24,32)». Di Sante osserva però che «l’Europa moderna, caso unico nella storia delle civiltà, è un’Europa che da secoli ha preso le distanze dalle religioni», dando così origine alla secolarizzazione. Rispetto a questo fenomeno, «Rizzi si chiede se non ci sia un rapporto anche tra il Cristo e l’uomo secolarizzato e se la secolarizzazione stessa non possa essere un luogo di salvezza, allo stesso modo delle religioni». E la risposta è affermativa, perché c’è una rivelazione di Dio anche al di fuori delle religioni: è quella che il Vaticano II chiama “il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli si trova solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità propria” (Gaudium et Spes, 16)».

Parte superiore del fronte di copertina del libro di Carmine Di Sante, Dentro la Bibbia. La teologia alternativa di Armido Rizzi, Gabrielli Editori 2018 – immagine tratta dal sito dell’editore.

di Valerio Gigante, in “Adista” – Notizie – n. 3 del 26 gennaio 2019

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Le molte ipotesi della vita dopo la morte: Carlo Molari

le molte ipotesi sulla vita dopo la morte

Con il prolungamento della vita media e il corrispondente aumento degli anziani e dei vecchi crescono anche le testimonianze sulla esperienza della morte o meglio della sua attesa.
A questo proposito, osserva Edoardo Boncinelli: «noi aspiriamo ad avere punti di riferimento fissi a cui appigliarci, sia di natura conoscitiva sia di natura normativa.
Come i bambini. Non importa che i riferimenti cognitivi siano veri, ma devono essere fissi e ‘certificati’. Così non importa che le convinzioni e le norme siano ragionevoli, basta che siano ripetute e ribadite» (Io e Lei. [=La morte] Oltre la vita, Ugo Guanda editore, Milano 2017 p. 63). Ammonito da questa convinzione dello scienziato vorrei esaminare un solo aspetto del problema. Mi chiedo in quale misura il risultato della crescita personale e la eventuale continuità della vita dipenda dalle scelte compiute nella storia terrena e se quindi la morte rappresenti per alcuni il passaggio ad un’altra modalità di esistenza come sviluppo della dimensione spirituale mentre per altri possa anche rappresentare la fine definitiva dell’avventura personale.

Premessa

Il 15 febbraio 2013 una giovane signora mi ha interpellato via E-mail sulla condizione attuale della madre, morta una settimana prima a 52 anni. Poneva numerose domande: «cosa ne è dei defunti per la nostra religione? veramente un giorno ci rincontreremo? e la mamma come sta? può essere già in Paradiso o è possibile si trovi in Purgatorio? a cosa possono aiutarla le nostre preghiere? veramente ci si incontra con i propri cari già morti? e io quando la rincontrerò? nel giorno della mia morte o nel giorno del Giudizio Universale? dove si parla di queste cose nel vangelo? mi aiuti a cercare risposte in modo che io possa confortare oltre che me stessa i miei cari».
Riassumo brevemente la mia risposta: «Tutte le nostre idee e le parole corrispondenti nascono dall’esperienza. Ora noi non abbiamo alcuna esperienza della condizione umana dopo la morte». Per chiarire meglio l’affermazione portavo un esempio. «I suoi due figli quando crescevano nel suo utero e hanno cominciato a percepire una presenza, il battito del suo cuore, il flusso del sangue, il respiro, che idea potevano avere della loro madre? Come potevano immaginare il suo volto? Come potevano percepire il cielo, le nubi, il sole, le altre persone? Anche quando li separavano solo pochi centimetri non potevano rendersi conto della realtà. Così anche tutti noi nell’attuale condizione non possiamo immaginare né avere una minima idea della condizione futura nostra e dei nostri cari.
Se poi siamo credenti possiamo pensare che l’amore di Dio creatore non ci abbia chiamato alla vita solo per poco tempo ma per sempre. Secondo il Vangelo Gesù a chi lo seguiva prometteva «nel futuro la vita eterna » (Mc. 10, 30), con l’invito «venite, benedetti dal Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo» (Mt. 25, 34). Per questo secondo il Vangelo di Giovanni Gesù diceva che era venuto per «darci la vita in pienezza » (Gv. 10,10) e alla sorella dell’amico Lazzaro assicurava: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me anche se muore vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno» (Gv. 11, 25).
Come il feto nell’utero materno sviluppa gli organi (cuore, polmoni ecc.) che non servono in quel momento, ma solo dopo la nascita, così anche noi ora sviluppiamo gli organi spirituali che servono per la vita futura.
Questo significa crescere come figli di Dio.
In quanto cristiani crediamo che «colui che ha risuscitato il Signore Gesù, risusciterà anche noi con Gesù e ci porrà accanto a Lui» (2a lettera di Paolo ai Corinti 4, 14). Risorgere non significa che il nostro corpo andrà altrove, ma che la nostra dimensione interiore cresce e si sviluppa in modo da attraversare la scomparsa per entrare in una modalità spirituale di esistenza. In questa prospettiva è anche comprensibile quello che scrive l’apostolo Paolo quando dice: «per questo non ci scoraggiamo, ma se anche il nostro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore si rinnova di giorno in giorno.
Infatti il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria, perché noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili. Le cose visibili sono di un momento, quelle invisibili sono eterne» (2 Cor. 4, 16-18).

Autorevoli biblisti

Ora sarei in grado di rispondere con citazioni di autori più autorevoli delle mie. In particolare voglio ricordare due libri recenti.
Il primo del biblista cattolico Romano Penna Quale immortalità. Tipologie di Sopravvivenza e origini cristiane (S. Paolo, Cinisello Balsamo 2017) e il secondo dello storico valdese Paolo Ricca Dell’al di là e dall’al di là. Che cosa accade quando si muore? (Claudiana, Torino 2018). Trattano temi diversi, ma sul dopo morte di fatto ambedue dichiarano di non avere risposte assolute se non nel richiamo ad un attuale amore di Dio e del prossimo coinvolgente e generoso, come garanzia di una continuità dell’esistenza.

Romano Penna conclude la sua analisi con le seguenti affermazioni: «L’importante è che il pensiero dell’immortalità futura non sia un motivo onirico per una fuga per la tangente distogliendoci dal realismo di un presente impegnativo e, comunque, dal punto di vista cristiano, anticipatore. Occorre invece coltivare la certezza che tutto comincia qui adesso: l’immortalità parte dalla convivenza con le cose più piccole e le relazioni più disparate di ogni giorno.
L’oraziano carpe diem risuona non solo in un nostro scrittore del passato recente: ‘immortale è chi accetta l’istante… Che cosa è la vita eterna se non questo accettare l’istante che va?’ [egli cita Cesare Pavese Dialoghi con Leucò 101-103 senza ricordare che poi è morto suicida], ma soprattutto nella citata affermazione paolina: ‘Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza’ (2 Cor 6, 2)… Semmai se c’è un’ultima precisazione da fare, è che l’attimo fuggente va colto, non in un subdolo senso egoistico e magari godereccio di timbro falsamente epicureo, ma come quotidiano esercizio gioioso di un amore disinteressato e costruttivo, di cui la fede cristiana costituisce un tipico impulso» (R. Penna, ivi p.
159). In nota il biblista cita le parole di Benedetto XVI del 27 gennaio 2013, giorno in cui annunciava le sue future dimissioni: «Ogni giorno può diventare l’oggi salvifico, perché la salvezza è storia che continua per la Chiesa e per ciascun discepolo di Cristo.
Questo è il senso cristiano del carpe diem: cogli l’oggi in cui Dio ti chiama per donarti la salvezza» (ivi p 159 n. 7).

Paolo Ricca, dopo un lungo esame storico (pp. 29-70) e un capitolo sulla reincarnazione (pp. 71- 102), propone la sua riflessione con il richiamo alle concezioni cristiane e termina con due parabole di Matteo.
La prima dei due figli (Mt. 21, 28-32) «nella quale per un singolare paradosso, quello dei due figli che alla fine fa la volontà del padre e va a lavorare nella vigna è quello che gli aveva detto ‘no’, rifiutando il suo ordine e la sua autorità» (ivi p. 122).
La secondo parabola (Mt. 25, 31-46) è ‘una descrizione assolutamente originale del giudizio finale, dove addirittura i ‘giusti’ non sanno di essere giusti e gli ‘iniqui’ non sanno di essere iniqui» (Id. ivi p. 123). Il giudizio finale avrà come oggetto «un unico doppio comandamento: amare Dio e il prossimo». «Molti, in vita, non si sono accorti che, amando il prossimo, il prossimo sofferente (affamato, assetato, profugo, nudo, malato, carcerato) hanno amato Dio, perché non sapevano che il Figlio di Dio era presente nel prossimo che soffre; lo scoprono alla fine, ma non è troppo tardi, perché comunque hanno amato, ed è questo che, nel giudizio di Dio più di tutto il resto veramente conta e veramente vale: ‘Chi dimora nell’amore dimora in Dio, e Dio dimora in lui’ (I Giovanni, 16)». (Ricca, ivi p. 123).
Quando però deve esprimere i contenuti dottrinali della fede nella vita dopo morte premette che «su questioni di questo genere e di questa portata si possono fare affermazioni, non dare dimostrazioni. Ed è anche per questa ragione che rinunciamo a ‘concludere’» (ivi. p. 125). Ricca osserva che nessuna delle numerose ipotesi esaminate può «proporsi come realmente conclusiva, né autorizza noi a ‘concludere’ in un modo o in un altro» (p. 125). Da parte sua egli risponde «nell’unico modo che gli sembra possibile, cioè con un atto di fede, che è questo: egli crede che con la morte non finisca tutto, ma che la vita della persona continui in un altro modo; la morte non è la fine, ma un passaggio» (ivi pp. 125 s.).
Ricorda infine che l’apostolo Paolo inizia la parte conclusiva del capitolo 15 della Prima lettera ai Corinti dedicato alla risurrezione parlando di «un mistero». Ricca precisa «che si tratta di un mistero rivelato.
C’è una grande differenza tra un mistero e un mistero rivelato: un mistero è un punto oscuro, un mistero rivelato è un punto luminoso. E mentre davanti a un mistero che resta un enigma si può esitare e anche dubitare, davanti a un mistero che diventa rivelazione, cioè luce, si può credere » (p. 127). Ma senza sapere.

di Carlo Molari, in “Rocca” n. 2 del 15 gennaio 2019

“La via della bellezza: un libro di Vito Mancuso

La via della bellezza è la via della salvezza.
Perché ci viene spontaneo raccogliere sulla spiaggia del mare le conchiglie e i sassolini più belli?
Perché rimaniamo incantati davanti a un volto umano o a un dipinto, o avvertiamo un’inesprimibile dolcezza interiore ascoltando musica, o ci soffermiamo con gli occhi spalancati a contemplare un tramonto?
Perché, in altre parole, ricerchiamo quella rivelazione, quell’epifania che definiamo bellezza?
Vito Mancuso affronta in questo nuovo affascinante libro un mistero che è tipico dell’uomo, e ne interpreta le profondità per farne la bussola capace di orientare il cammino verso la verità. Superando ’aspetto esteriore dei nostri corpi per approfondire il senso dell’interiorità della nostra anima fatta di armonia e fascino, eleganza e grazia, questa riflessione diventa un’avventura alla ricerca delle sorgenti della bellezza in grado di indicarci quali pratiche concrete possiamo mettere in atto per rendere quotidiano il nostro rapporto con essa: solo in questo modo infatti potremo superare ogni indifferenza e tornare, o addirittura iniziare, a gioire al cospetto di quelle opere e di quegli eventi capaci di stringerci il cuore. Perché ricercare e custodire la bellezza è la via privilegiata per onorare il compito che attende la nostra vita.

Descrizione

Titolo: La via della bellezza
Autore: Vito Mancuso
Editore: Garzanti Libri
Formato: EPUB con DRM
Costo testo cartaceo: 16,00 E
Dimensioni: 361,2 KB
Pagine: 204 p.
EAN: 9788811607007

 

Cappella Sistina

La Cappella Sistina, dedicata a Maria Assunta in Cielo, è la principale cappella del palazzo apostolico, nonché uno dei più famosi tesori culturali e artistici della Città del Vaticano, inserita nel percorso dei Musei Vaticani.