“Dentro le Scritture, oltre le religioni”: un libro sulla teologia di Armido Rizzi

Non succede spesso che un teologo racconti un altro teologo. Ma quando accade i risultati possono essere particolarmente interessanti e originali. Parliamo di Dentro la Bibbia. La teologia alternativa di Armido Rizzi (Gabrielli ed., pp. 384, 25€; il libro, senza spese di spedizione aggiuntive, può essere richiesto ad Adista: tel. 06/6868692; email: abbonamenti@adista.it; o acquistato presso la nostra libreria online, cliccando qui).

Il teologo che ha scritto il libro è Carmine Di Sante, una delle voci più autorevoli nell’odierno panorama degli studi teologici in Italia. Di Sante ha studiato teologia presso l’Istituto Teologico di Assisi, dove poi ha anche insegnato; si è specializzato in Scienze Liturgiche presso il Pontificio Ateneo “S. Anselmo” di Roma e successivamente si è laureato in psicologia presso l’Università “La Sapienza” di Roma. Particolarmente attento alla riflessione sull’Antico Testamento, per venti anni ha lavorato come teologo al SIDIC (Service International de Documentation Judéo-Chrétienne) di Roma, centro fondato dopo il Vaticano II per promuovere l’applicazione della Dichiarazione conciliare Nostra Aetate e il dialogo ebraico-cristiano.

Protagonista del libro, un altro grande teologo e filosofo italiano, Armido Rizzi, pensatore originalissimo e geniale che, a partire da una presa di distanza definitiva dal tomismo (ossia del tentativo di conciliazione, avviato da Tommaso d’Aquino nel XIII secolo, del Dio della Bibbia con il Dio dei filosofi), ha avviato, dopo il Concilio, una continua e coerente decostruzione della cosiddetta “ellenizzazione” della teologia. A questo tema in particolare è dedicata la prima parte dello studio di Carmine Di Sante su Rizzi: l’ellenizzazione, spiega di Sante, è quel fenomeno storico e teorico, che ha radici nell’insegnamento di Paolo di Tarso, secondo il quale il Dio biblico, per essere compreso ed efficacemente annunziato ad un mondo non ebraico, ha bisogno del ricorso alle categorie del pensiero greco, dell’eros platonico da una parte e del logos aristotelico dall’altra. Questa circostanza porta ad una prima forte contraddizione tra la teologia “tradizionale”, compresa quella del Ratzinger teologo e papa, con quella di Armido Rizzi. Ratzinger infatti «ritiene il logos greco necessario alla fede; Rizzi è convinto del contrario: che esso non solo non è necessario alla comprensione del racconto biblico, e più in generale di ogni racconto o “mito” religioso, ma che è incompatibile con la sua veritas, altra dalla veritas del logos della filosofia. Rinunciare pertanto al logos della filosofia non vuol dire per Rizzi consegnare l’esperienza religiosa all’irrazionale, al soggettivismo o all’emozione, ma che essa custodisce un logos altro da quello della filosofia greca che, oggettivatosi nei racconti o “miti” religiosi, esige di essere interpretato ed esplicitato».

La teologia di Rizzi è radicalmente “alter-nativa”, in questo duplice senso: pone al centro della sua riflessione non più l’io ma “l’altro”; inoltre, si tratta di una teologia “altra” rispetto a quella dominante nei trattati classici. Oltre a liberare la Bibbia dal logos filosofico e metafisico con il quale è stata declinata durante i secoli, Rizzi parla di un Dio della libertà, della gratuità e della misericordia, «creatore di un uomo vocato e in-vocato alla responsabilità dell’amore altrettanto gratuito e misericordioso nei confronti dello straniero, dell’orfano, del povero e della vedova, cioè nei confronti di ogni uomo nel suo essere di bisogno o volto».

Particolarmente importante il capitolo intitolato “oltre le religioni” in cui Di Sante racconta un altro caposaldo della teologia di Rizzi, forse quello di più cogente attualità e valore “profetico”. Il capitolo riprende il titolo di una serie di pubblicazioni teologiche edite da Gabrielli (di cui Adista ha ampiamente parlato) che coinvolgono teologi di punta della ricerca teologica mondiale. La teologia di Rizzi si situa all’interno di questo più ampio e profetico filone. «La tesi di fondo della teologia rizziana è che tutte le religioni sono fonti di salvezza perché in ciascuna di esse opera la potenza del risorto in forma anonima, non diversamente da come operava nei due discepoli del racconto lucano risvegliandoli alla speranza e al coraggio: “Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino? (Lc 24,32)». Di Sante osserva però che «l’Europa moderna, caso unico nella storia delle civiltà, è un’Europa che da secoli ha preso le distanze dalle religioni», dando così origine alla secolarizzazione. Rispetto a questo fenomeno, «Rizzi si chiede se non ci sia un rapporto anche tra il Cristo e l’uomo secolarizzato e se la secolarizzazione stessa non possa essere un luogo di salvezza, allo stesso modo delle religioni». E la risposta è affermativa, perché c’è una rivelazione di Dio anche al di fuori delle religioni: è quella che il Vaticano II chiama “il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli si trova solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità propria” (Gaudium et Spes, 16)».

Parte superiore del fronte di copertina del libro di Carmine Di Sante, Dentro la Bibbia. La teologia alternativa di Armido Rizzi, Gabrielli Editori 2018 – immagine tratta dal sito dell’editore.

di Valerio Gigante, in “Adista” – Notizie – n. 3 del 26 gennaio 2019

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“Un Momento di eternità. Il sabato nella tradizione ebraica”: un libro di Benjamin Gross

L’istituzione dello Shabbat è il più importante contributo offerto dall’ebraismo all’umanità, pur essendo il fondamento della vocazione specifica d’Israele. Antidoto contro la tentazione di dimenticare l’origine, invito al dominio sul tempo per salvaguardare la libertà dell’uomo e anticipo di un giorno futuro che sarà tutto intero Shabbat, il sabato introduce una dimensione diversa in un mondo assorbito e irretito da una folle corsa verso il possesso delle cose.
A un progetto prioritariamente economico, teso in forma ossessiva al soddisfacimento del bisogno e al culto di uno sviluppo senza limiti, esso contrappone la visione di un futuro caratterizzato non da una carenza, ma da una pienezza, richiamando l’indispensabile valore del limite e del rapporto tra le generazioni.

Sommario
Prefazione.  I. Temporalità dello shabbat. 1. Shabbat, ricordo della creazione. Lo shabbat nella natura.  2. Le dieci parole e lo shabbat dell’unità.  3. Shabbat e genitorialità.  4.Shabbat e il santuario.  5. Shabbat e feste.  6. Shabbat e il dono della manna.  7. Il numero sette.  8. L’orizzonte messianico dello shabbat.  II. I ritmi della liturgia dello shabbat. 1. L’accoglienza dello shabbat: la fidanzata e la regina.  2. Le preghiere più importanti delloshabbat.  3. Lo shabbat e la provvidenza. Studio del salmo 92.  4. Shabbat, la luce e il fuoco.  5. Torah e shabbat. La rivelazione della Torah è avvenuta in uno shabbat.  Bibliografia.

 

Descrizione

Autore: Benjamin Gross
Titolo: Un Momento di eternità
Il sabato nella tradizione ebraica
Pubblicazione: 9 novembre 2018
Pagine: 208
Formato: 120x185x15
Editrice: Dehoniane
Prezzo: 19,50 E
EAN: 9788810207154

Regole, esistenza e coscienza: intervista al card. Christoph Schönborn

Ha spiegato al mondo le parole del papa. È conservatore e progressista. È potente e umile. Quanta strada farà ancora nella Chiesa universale l’arcivescovo di Vienna, cardinale Christoph Schönborn? Una conversazione su peccato, coscienza e dubbi.

 

Intervita a Christoph Schönborn

Signor cardinale, nella preparazione a questa intervista mi sono imbattuto in una sua confessione. Per un anno intero, Lei non ha pregato e ha vissuto una profonda crisi rispetto alla sua vocazione presbiterale. Che cosa era successo?
È stata un’esperienza tipica degli anni ’60, ero studente in Germania, era il periodo delle prime rivolte studentesche. Quella crisi si è fatta sentire fortemente anche dentro di me. Ero un giovane domenicano di 21 anni. Avevamo fatto un seminario in cui era stato mostrato che la preghiera non porta nulla, perché bisognava cambiare la società. Non far sperare nell’aldilà, ma trasformare l’aldiquà. Non pregare, ma trasformare. E io ho preso la cosa alla lettera. Pur vivendo nel monastero, per un anno semplicemente non ho pregato.

Non voleva più diventare prete?
C’ero andato vicino. Ma poi c’è stato per me un avvenimento decisivo, una seconda conversione. L’evento chiave fu per me un senzatetto che un giorno arrivò alla porta del monastero. A causa del divorzio, dell’alcol e della perdita del lavoro era caduto molto in basso. Insieme ad altri domenicani mi sono occupato di lui. L’incontro con lui in quel periodo senza preghiera fu per me la chiave per un nuovo incontro con Cristo.

Cosa si deve pensare al riguardo?
Questo: “Ero senza tetto e mi avete accolto”. Non che io avessi in testa in quel momento la frase del vangelo di Matteo, ma dal punto di vista esistenziale è ciò che è successo. È in primissimo luogo l’incontro con l’essere umano, con la persona.

La Chiesa cattolica parla di verità immutabili, ma poi ci sono le crisi, la realtà. Quale peso ha il tempo in queste cose?
Il tempo è più importante dello spazio, direbbe papa Francesco. E io posso solo confermarlo. Il tempo è prima di tutto il tempo della pazienza, della maturazione, anche degli smarrimenti e delle strade sbagliate. Senza strade sbagliate non ci sarebbe la strada giusta. E poi c’è qualcosa come il kairòs, il momento opportuno.

Forse questo vale anche per la Chiesa nel suo complesso. Alcuni sostengono che si sono scelte strade sbagliate, mentre altri riconoscono questo tempo come un momento proprizio. Dal suo punto di vista, dove si trova oggi la Chiesa?
Ritengo che l’impegno sociale estremamente forte di papa Francesco sia il kairòs per la Chiesa di oggi, ma anche per la società. È inseparabilmente legato allo sguardo sulle persone, ad un approccio alle persone che papa Francesco semplicemente prende dal Vangelo.

Talvolta sembra che la Chiesa scopra solo adesso la fragilità dell’essere umano, benché la fragilità sia un grande potenziale per la cura d’anime. Perché le cose vanno così lentamente?
Justin Welby, l’arcivescovo di Canterbury, un uomo meraviglioso, che ho imparato ad apprezzare molto, si trovò a rispondere alla domanda di un giornalista che gli chiedeva che cosa avrebbe voluto cambiare nella Chiesa. E lui replicò che era nella società che voleva cambiare qualcosa.

E Lei cosa risponde?
(ride) Naturalmente voglio cambiare qualcosa nella società! Ma le cose di solito vanno avanti a passo di lumaca. I cambiamenti sociali sono lenti e graduali. Sono fatti da molti piccoli passi. Anche nella vita di ognuno è così. Le virtù, come insegna l’antica saggezza, derivano dal continuare a compiere il bene. Compierlo ancora e ancora. E in questo vedo la fede cristiana come una forza altamente motivante.

Che cosa spinge le persone ad impegnarsi?
In primo luogo un cuore aperto al bisogno degli altri, e poi l’accettare l’ispirazione del Vangelo. È un inesauribile potenziale di rinnovamento.

È lo sguardo della Chiesa sui peccatori a cambiare, o cambia addirittura lo sguardo della Chiesa sul peccato?
(lunga pausa) Il vecchio Anselm di Canterbury nel XII secolo nel suo famoso dialogo dei monaci sul tema “Perché Dio si è fatto uomo?”, doveva rispondere a questa domanda del suo discepolo Boso: “Dio avrebbe potuto semplicemente tirare una riga su tutti i peccati, poteva semplicemente cancellarli”. E Anselm gli dice: “Non hai pensato a quale peso ha il peccato”. Noi corriamo il rischio di minimizzare, di sdrammatizzare il peccato! Di non sapere più che cosa è veramente il peccato, nel senso più radicale della parola.

Che cos’è allora?
Che cos’è? È, ad esempio, il sottile tono svalutativo che può essere usato pur parlando della bontà di un altro.

Può farmi un esempio in modo che io possa capire?
Purtroppo è un’esperienza quotidiana. Tu parli con qualcuno di una terza persona e ti sforzi di dire qualcosa di buono, ma lo fai con un tono leggermente ironico. Intendendo: ci siamo capiti. Papa Francesco dice che questo può equivalere a un omicidio.

L’ironia è un peccato?
No, non è così semplice! (ride) Il male che io faccio con una piccola osservazione può improvvisamente, di colpo, rendermi consapevole di quale dramma sia il peccato. Non è assolutamente innocuo.

Continuo a non capire…
Faccio un altro esempio, un’esperienza che mi viene da una confessione. Un uomo ha ballato con sua moglie. Ma incrocia lo sguardo con un’altra donna e in questo commette qualcosa come un adulterio. Con profondo sgomento ne prende consapevolezza. Una cosa del tutto innocua, che succede chissà quante volte al giorno. E ad un tratto uno si rende conto che è un dramma. Eppure avevo promesso fedeltà! Tutt’a un tratto c’è la realtà del peccato. E una così piccola esperienza può rendere consapevoli di quel grande dramma che è il peccato.

Ma questo, la maggior parte delle persone non lo capisce più!
Non ne sono così sicuro. Non si tratta di inculcare il peccato con una mazza da fabbro in una predica tonante. Si tratta di considerare ciò che Gesù dice nel Vangelo: tu non hai ucciso nessuno, ma la parola che hai pronunciato su qualcuno e che forse si è diffusa, è anch’essa omicidio. Quando uno si rende conto di questo in una situazione minima, apparentemente insignificante, allora può immaginare quanto male infinitamente profondo avviene a causa del peccato.

La Chiesa ha bisogno di un nuovo linguaggio se vuole rendere comprensibili ad ogni persona questi complessi rapporti?
Non credo che sia così complicato.
Ma la maggior parte delle persone non l’ascoltano. Si allontanano dalla Chiesa.
Non si tratta della Chiesa. Vicinanza o lontananza dalla Chiesa sono aspetti relativamente esteriori. Io credo che questi problemi siano semplicemente i problemi di fondo della vita. Li incontriamo tutti, non vi possiamo sfuggire. Possiamo vivere molto devotamente all’interno della Chiesa e non porci mai queste domande. Oppure possiamo vedere Shakespeare a teatro e porci tutte queste domande, che sono tutte presenti in Shakespeare. Le possiamo trovare in ogni grande letteratura, in moltissimi film. Come nasce la colpa? Non è in primo luogo un problema della Chiesa, è un problema degli esseri umani. Papa Francesco parla apertamente a moltissime persone che con la Chiesa hanno poco a che fare. Ma che sono toccati dai suoi gesti e dalle sue parole e dal suo approccio alle persone e sentono in qualche modo che di quello si tratta.

Quando Lei nell’aprile 2016 su richiesta del papa ha presentato in Vaticano l’esortazione apostolica Amoris laetitia, sembrava essersi liberato da un peso. È vero?
Sì, ha completamente ragione. Trovo quel documento assolutamente confortante.

Perché?
Perché il documento del predecessore Giovanni Paolo II, Veritatis splendor, in un certo senso ha mostrato solo un lato della realtà, ma non ha tenuto in considerazione l’altro lato. A Giovanni Paolo II premeva chiarire che ci sono norme oggettive. E quello era assolutamente necessario. Non è che io possono crearmi da solo la mia norma. Ci sono norme oggettive. In questo modo però si è detta solo una metà della cosa. E la seconda metà l’ha aggiunta papa Francesco con Amoris laetitia. Si sente nel documento il suo sottofondo esistenziale. Le innumerevoli famiglie estremamente povere che ha conosciuto in America Latina. Lì non puoi andarci solo con norme oggettive! Devi anche vedere quale realizzazione di umanità magari eroica può concretizzarsi in queste condizioni di vita. L’osservazione attenta delle realtà concrete ha fatto enormemente bene.

Cosa succede alla lunga ad una norma che non viene seguita? Rimane davvero intatta?
Naturalmente la norma rimane intatta. Non è una misura neutrale, ma è alla fine la realtà. Il non riuscire a vivere pienamente secondo la norma è l’esperienza diffusa che non riusciamo ad essereciò che davvero dovremmo essere. E di questa tensione soffriamo. Ma le cosiddette norme oggettive non sono qualcosa di astratto.

I dieci comandamenti non sono astratti?
Sono elementari regole di base della vita, e tutti sappiamo che sono vere. Non dire falsa testimonianza, non mentire, è una cosa ovvia. Non è una norma astratta, è una norma di vita. Perché ha a che fare con le nostre relazioni. Non rubare, il settimo comandamento, che è forse quello più violato, è il comandamento della giustizia. I maestri classici di tutte le religioni dicono che è presente nella coscienza dell’essere umano. Per questo i dieci comandamenti li si può trovare nella loro sostanza in tutte le religioni.

Le cose diventano difficili quando si passa al concreto…
La difficoltà comincia con la domanda: quanto devo dire al mio capo? Devo dirgli tutto? Oppure: quanto devo dire al mio partner, alla mia partner? Quando comincia la bugia e quando si tratta di compassione, della volontà di non scaricare tutto su di lui o su di lei? È la tensione tra la norma e l’agire concreto. Ci sono situazioni nella vita in cui l’effetto della norma sull’agire concreto è immediato. È la situazione della chiarezza, quando so che non posso farlo, in coscienza. Ma poi ci sono le molte situazioni in cui non è così chiaro. Allora non si tratta di fare delle eccezioni alla norma, ma di cercare di capire come si applica correttamente la norma.

“La Chiesa deve formare le coscienze, non sostituirsi ad esse”, scrive Francesco in Amoris laetitia. I cattolici oggi possono ascoltare la loro coscienza più di prima?
L’insegnamento classico dice che devono sempre seguire la loro coscienza. John Henry Newman lo ha detto nella sua frase spesso citata, in cui dice che tiene prima alla sua coscienza, e poi al papa: “I toast the pope, but I toast conscience first”. Naturalmente la coscienza è sempre l’istanza più profonda. La domanda difficile è: come formo la mia coscienza? Quando mi trovo di fronte ad una decisione difficile, che mi coinvolge davvero in coscienza, come mi oriento?

E qual è la risposta?
La Chiesa vuole darmi un aiuto nell’orientamento attraverso il Vangelo, la Bibbia, l’esperienza della Chiesa, l’esperienza dei santi. Perché leggiamo le vite dei santi? Perché è un aiuto nell’orientamento. Loro hanno dovuto affrontare situazioni difficili, come si sono comportati? Come mi comporto io se arrivo ad una crisi nella vita, nella mia professione, nella mia vocazione? Ci sono sempre stati tempi in cui si aveva l’impressione che dei rappresentanti della Chiesa volessero quasi sostituirsi alle coscienze dei fedeli. Non sono necessariamente i tempi più gloriosi della Chiesa. Per questo è utile e positivo che papa Francesco dica così chiaramente: formare le coscienze, ma non sostituirsi ad esse.

Non sono poi così lontani quei tempi, non è vero?
Nella Chiesa ci sono sempre state due tentazioni contrapposte, rigorismo e lassismo. A volte è più forte uno, altre volte è più forte l’altro. In fondo sono entrambe posizioni irresponsabili, perché vogliono liberarsi dalla responsabilità. Il grande Inquisitore di Dostojewski crede di poter togliere agli esseri umani la coscienza, il peso della coscienza. È una cosa che non succede solo nella Chiesa. Ci sono persone che sono contente se a loro viene tolto il peso di dover decidere in coscienza. Un ordine è un ordine, dicono. Però c’è anche la tentazione lassista di lasciar correre tutto. Un atteggiamento che può sembrare liberale, ma che spesso è semplicemente privo d’amore.

Gli oppositori di papa Francesco gli rimproverano lassismo…
Papa Francesco dice: né lassismo né rigorismo, invece distinguere, considerare, esaminare: discernere. Naturalmente sentendo anche ciò che dice la Chiesa. Ma innanzitutto guardare la reale situazione e la voce della mia coscienza. Ascoltarla presuppone anche un certo stile di vita. Se ci si stordisce continuamente con rumore, attivismo, divertimento e distrazione, diventa sempre più difficile sentire la voce della coscienza. La sfida di papa Francesco è la difficile via del discernimento. Che cosa è adatto a una certa situazione, a una certa sfida e come posso davvero risponderne davanti alla mia coscienza? E questa è una via molto più faticosa e più esigente del lassismo che lascia correre.

Lei capisce i “dubia” dei quattro cardinali all’insegnamento del papa?
Sì. Non ritengo giusto il loro modo di procedere, cioè che abbiano pubblicato i “dubia”, e che abbiano detto che il papa non li riceveva. Non è corretto per degli stretti collaboratori del papa. Ma naturalmente è giusto dare una risposta a queste domande. E nel frattempo questo è stato fatto da molti. Rocco Buttiglione ha pubblicato adesso un libro a cui il cardinale Gerhard Ludwig Müller ha scritto un’ampia prefazione. Entrambi dimostrano che i dubbi dei quattro cardinali hanno la loro risposta proprio in Amoris laetitia.

Lei è stato studente di Joseph Ratzinger. Ha collaborato alla stesura del Catechismo della Chiesa cattolica e al contempo è una sorte di interprete modello di Amoris laetitia, il documento finora contestato dell’attuale pontificato. Lei è in un certo senso un ponte teologico tra Benedetto XVI e Francesco?
Non credo che sia necessario un ponte tra i due. Sono molto diversi, ma sono anche molto più vicini di quanto spesso si pensi. Ma è vero, papa Francesco ha dichiarato più volte di apprezzare la mia introduzione a Amoris laetitia, l’ha anche consigliata. Ne sono naturalmente contento. Lo ritengo un documento grande e importante che è anche molto utile a coniugi e famiglie.

Amoris laetitia ha cambiato il suo approccio con i fedeli, ad esempio nella confessione?
Diciamocelo molto sinceramente: il sacramento della penitenza, la confessione, si è estremamente ridotto, su tutto il territorio. A parte poche eccezioni, la confessione non esiste più. Dobbiamo in primo luogo riscoprirla. Non si tratta in primo luogo della domanda se le confessioni sono diventate più severe o più misericordiose. Si tratta della riscoperta di che cosa significa formarsi alla scuola di Gesù. La chiesa è inutile se non è davvero scuola di vita di Gesù. Altrimenti è solo un’istituzione, un’istituzione rispettabile, con antichi istituti, con bellissime chiese e opere d’arte. Ma allora non è come il suo fondatore l’ha pensata, cioè una comunità di persone.

Nella Chiesa avviene una grande svolta. Papa Francesco procede da solo e sempre più avanti e lontano dall’apparato. Perché viene lasciato solo?
Devo pensare alle belle foto del sinodo sulla famiglia, quando arrivava a piedi con la sua borsa nera e il passo coraggioso. Si ha proprio l’impressione che vada avanti e preceda. È l’esperienza di Gesù. Il Vangelo è molto sincero sul fatto che i discepoli spesso erano titubanti. E che hanno anche avuto paura, e non l’hanno capito. Hanno litigato tra loro. E nonostante questo, Gesù è andato avanti. Naturalmente il cammino che ha percorso è anche stato un cammino di sofferenza. Francesco davvero a volte va avanti molto da solo. Ma va avanti, e questo è l’essenziale. E molti seguono. Dà coraggio a molti. Che ci sia una svolta, lo si sente. Ho l’impressione che Francesco sia il precursore nella nostra epoca. Si trascina dietro molti. Ma al contempo il suo procedere comporta probabilmente anche una certa solitudine, anche molto dolorosa.

Il fedele tra gli infedeli, Intervita a Christoph Schönborn, a cura di Julius Müller-Meiningen, in “www.zeit.de” del 21 gennaio 2018 (traduzione: www.finesettimana.org)

L’Italia smarrisce il senso del sacro e si riduce il numero dei cattolici: un’indagine di Community Media Research

Le festività natalizie fanno scattare, nel discorso mediatico, un meccanismo consolidato: come andranno le spese delle famiglie in regali, cibo e vacanze? Come andranno i consumi?

Non solo a causa delle difficoltà di quest’ultimo decennio il Natale è annoverato fra gli indicatori dell’andamento dell’economia. La dimensione religiosa della ricorrenza, e non sempre, si declina nell’intimità familiare, nel privato o confinato alle comunità dei credenti. Eppure, la religiosità, così come l’ideologia politica, costituiva un universo di valori per le persone. Un insieme di norme che contribuiva a guidare l’azione dei singoli. Permetteva la costruzione di un senso comune. Offriva un obiettivo condiviso per la costruzione della società e del suo futuro.

Religiosità e ideologie erano le narrazioni delle comunità che (e di come) si sarebbero dovute costruire. L’uso dei verbi al passato non è casuale. Perché tali pilastri hanno perso la loro valenza. La dimensione religiosa è attraversata da tensioni profonde. Già all’inizio degli Anni 60 il sociologo Sabino Acquaviva evidenziò un’«eclissi del sacro». All’orizzonte comune dei valori religiosi di riferimento si è sostituita una declinazione individuale che definiremmo «tailor made», dove ognuno ritaglia su di sé la morale religiosa in una sorta di «fai-da-te». Tant’è che siamo in presenza di «un singolare pluralismo» morale e religioso, così come definito da una ricerca curata da Garelli, Guizzardi e Pace (Mulino) nel 2000.

Un limbo collettivo

A distanza di quasi 20 anni da quell’indagine sono ancora mutate la religiosità e la spiritualità degli italiani?
Community Media Research, in collaborazione con Intesa Sanpaolo per «La Stampa», ha ripercorso alcuni dei temi sugli orientamenti religiosi degli italiani. Pur con le cautele del caso, tuttavia il raffronto con quanto rilevato all’inizio del secolo evidenzia come i processi di trasformazione allora rilevati si siano approfonditi. E, in generale, la società italiana mostri evidenti segni di una progressiva erosione della dimensione del sacro. Le dichiarazioni di appartenenza religiosa raccontano che la maggioranza della popolazione si dichiara ancora oggi cattolica (60,1%). Largamente minoritari sono quanti appartengono ad altre famiglie religiose (dagli islamici ai buddisti, dagli ebrei alle altre cristiane o non cristiane: complessivamente il 6,5%). Per contro, un italiano su tre (33,4%) non sente di appartenere ad alcuna confessione religiosa.

Fin qui, dunque, l’Italia parrebbe un Paese popolato da cattolici. Se è così, tuttavia, tale quota decresce significativamente dal 2000 di 19,1 punti percentuali, quando allora era stimata al 79,2%. Tale travaso, però, più che andare a vantaggio di altri gruppi religiosi, va ad alimentare l’area della non-appartenenza: il 33,4%, contro il 18,8% del 2000. Quindi, la religiosità cattolica coinvolge ancora una larga fetta della società italiana, ma è in contrazione. Non a vantaggio di altre culture religiose, quanto di una sorta di limbo. Un ulteriore riflesso della minore tensione all’appartenenza religiosa è riscontrabile nella frequenza ai riti e alle funzioni religiose. Gli «assidui»” (partecipano tutte le domeniche o almeno più volte al mese) sono il 25,6%, in calo di 24 punti percentuali rispetto al 2000 (erano il 49,6%). Crescono sia i «saltuari» (partecipano solo ad alcune occasioni o ogni 4-5 mesi: 47,0%, dal 34,9% del 2000) sia chi non frequenta mai (27,4%, era il 15,5% nel 2000).

Così, a una diminuzione del senso di appartenenza, consegue un minor grado di partecipazione ai riti delle comunità religiose. È interessante poi osservare come anche all’interno delle famiglie religiose le due dimensioni (appartenenza e partecipazione) non siano così scontate. Fra i cattolici solo il 39,4% è presente in modo assiduo ai rituali, quota però più cospicua rispetto a quanti appartengono ad altri gruppi religiosi (26,2%). I cattolici, quindi, paiono più fedeli, ma è una (larga) minoranza a partecipare con costanza ai momenti comunitari.

Vita spirituale

I processi erosivi della trascendenza nella vita quotidiana si colgono analizzando quanti ritengono di avere una vita spirituale e di credere in un’entità soprannaturale. In entrambi i casi otteniamo che un’ampia minoranza si riconosce nelle due dimensioni: il 45,4% sente di avere propria una vita spirituale, il 40,4% è religioso. Sommando queste affermazioni, identifichiamo quattro profili di religiosità. Il gruppo prevalente è dei «materialisti» (46,3%), che dichiara di non avere né una vita spirituale né religiosa, particolarmente presenti fra i 40enni (64,5%), assai più che fra i giovani (44,5%). Le caratteristiche opposte le troviamo nei «credenti» (34,5%), che sono il secondo gruppo, più diffuso fra gli adulti (oltre 55 anni: 43,4%). Fra questi due insiemi incontriamo quanti hanno una «spiritualità soggettiva» (11,1%), ma non riconoscono alcuna entità superiore. E, viceversa, chi ha un’appartenenza religiosa ispirata dalle consuetudini: la «religiosità culturale» (8,1%). Va sottolineato come la metà fra i cattolici (51,1%) rientri nel gruppo dei «credenti» e il 29,0% alberghi fra i «materialisti».

I processi di secolarizzazione proseguono la loro marcia. La perdita di intensità della dimensione del sacro lascia spazio a una materialità individuale e nelle relazioni, come denunciato dallo stesso Papa Francesco. Eppure il fenomeno dell’eclissi (del sacro) adombra come il lato oscuro nasconda un’altra realtà, che fatichiamo a vedere. Il pluralismo religioso e spirituale emerso dalla rilevazione è anche indice di una ricerca a fronte della perdita del tradizionale orizzonte di valori. È una nuova domanda di senso per l’epoca di trasformazioni che stiamo attraversando. Che richiede una grande opera di discernimento.

L’Italia smarrisce il senso del sacro e si riduce il numero dei cattolici, di Daniele Marin, in “La Stampa” del 22 dicembre 2017

 

Nota metodologica

Community Media Research, in collaborazione con Intesa Sanpaolo per La Stampa, realizza l’Indagine LaST (Laboratorio sulla Società e il Territorio) che si è svolta a livello nazionale dal 9 al 16 ottobre 2017 su un campione rappresentativo della popolazione residente in Italia, con età superiore ai 18 anni. Gli aspetti metodologici e la rilevazione sono stati curati dalla società Questlab. I rispondenti totali sono stati 1.561 (su 13.413 contatti). L’analisi dei dati è stata riproporzionata sulla base del genere, del territorio, delle classi d’età, della condizione professionale e del titolo di studio. Il margine di errore è pari a +/-2,5%. La rilevazione è avvenuta con una visual survey attraverso i principali social network e con un campione casuale raggiungibile con i sistemi CAWI e CATI. Documento completo su www.agcom.it e www.communitymediaresearch.it

“C’è chi vuole pregare e cerca il tempo e il luogo”
intervista a Carlo De Marchi

Don Carlo De Marchi è vicario della Prelatura dell’Opus Dei per l’Italia Centro Sud. Milanese, da 20 anni a Roma, ha un’esperienza di 10 anni di lavoro in una Ong di cooperazione allo sviluppo. Don De Marchi, lei ha pubblicato il saggio «La formula del buonumore».

Qual è la sua percezione sul crollo della dimensione religiosa? Quali sono le cause e i bisogni da cui deriva?

«Il crollo è un dato di fatto, anche se mi pare che papa Francesco vada più in là: la religiosità fondata sull’appartenenza di famiglia o di ceto sociale è finita. I luoghi tradizionali si svuotano? Andiamo a parlare uno per uno con chi sta fuori».

L’«eclissi del sacro» significa che la gente non cerca più il trascendente? Oppure ognuno ritaglia su di sé la morale religiosa?

«Il cristianesimo non è una morale. Sottolineo una linea di fondo: la lotta contro il perfezionismo. Non ci si salva con i propri muscoli, bisogna accettare i difetti propri e altrui. Il cristianesimo non è credersi perfetto, ma incontrare Gesù che salva le persone e le relazioni».

Quali sono i segni più evidenti di questo calo di religiosità?

«Esiste una certa suscettibilità negli ambienti di lavoro: c’è tolleranza su tutto, ma si nota imbarazzo appena si fa un cenno alla fede. È un imbarazzo che si scioglie quando si entra in dialogo a tu per tu. Non si tratta tanto di convincere i colleghi o il mondo, ma di condividere con gli altri un’esperienza».

I cattolici paiono più fedeli, ma è una (larga) minoranza a partecipare con costanza ai momenti comunitari. Questo che cosa significa?

«Ho un’esperienza, comune a tanti sacerdoti: ho condiviso sul web alcune meditazioni e ho notato con sorpresa che varie centinaia di persone le ascoltano. Vogliono pregare ma non trovano il tempo o il luogo. Per questo le ho chiamate “meditazioni in tangenziale”.
Anche un ingorgo si può trasformare in luogo sacro. I numeri globali calano, ma forse queste persone e famiglie stanno crescendo. Benedetto XVI parlava di creatività delle minoranze. Mi pare che il Vangelo anche oggi attragga, quando è presentato in modo autentico e personale. Il cristianesimo di facciata è in crisi, ma forse è meglio così».

La secolarizzazione è irreversibile in tempi brevi?

«I processi non sono irreversibili, anzi il trend è già cambiato. L’altro ieri pomeriggio sono stato cinque ore in confessionale. Dovunque un prete si mette ad ascoltare si crea una coda paragonabile alle auto in doppia fila per le spese natalizie».

a cura di Domenico Agasso jr, in “La Stampa” del 22 dicembre 2017

 

La graduale scomparsa di simboli natalizi nelle scuole oscura l’educazione: Testimonianza di un educatore

In questo periodo dell’anno, nei paesi e nelle città della nostra laica società civile, si respira aria di festa.

Le vetrine dei negozi sono tutte addobbate con accattivanti simboli natalizi, le vie del centro risplendono di mille luci e colori, giganteschi alberi luccicanti dominano le piazze principali, artistici presepi fanno bella mostra di sé negli angoli più belli dei centri storici, giardini, finestre, balconi e porte delle case sono allietate da domestiche e festose luminarie: ovunque, è possibile leggere, attraverso ciò che la sapienza popolare ha saputo inventare e tramandare, segni di pubblico culto verso la Divina e misteriosa presenza.
Per la maggior parte degli uomini il periodo natalizio è intimamente legato alle vicende umane, sono giorni di luce, di festa, di doni, di pace, di incontro. La sfera dei sentimenti, generalmente trascurata, si riprende il suo spazio e si manifesta nella sua pienezza vitale: ognuno si sente invitato ad una festa veramente universale.
Si può dire che il Natale risplende di immagini, colori, voci e suoni per tutti: voci di gioia, voci di solidarietà, voci di bontà, voci di accoglienza, voci di speranza, voci di benessere ecc., e ciascuno vi si immerge felice. Queste voci, però, non riescono a risuonare nelle aule e negli atri delle scuole, tristemente silenziose, vuote e disadorne in nome di una non ben definita laicità della scuola e dell’educazione.
Chi ha responsabilità educative intravede in ciò una evidente e pericolosa contraddizione, un segno di debolezza che spinge l’uomo a seguire falsi cammini che, sicuramente, possono risultare agevoli e comodi, ma, di fatto, deformano il volto più autentico del Natale, inaridiscono il cuore, sminuiscono ogni autentico interesse e cooperazione con la volontà divina e annullano l’intima connessione con una fede e un amore grandissimo.
Le ricorrenze natalizie che possiedono un fascino tutto particolare, da sempre hanno avuto una forte valenza formativa, erano piene di poesia, di aspetti umani autentici e vitali; alunni pellegrini davanti ai presepi, ragazzi in religioso silenzio, commossi a scuola, dinanzi alla piccola grotta, ascoltavano il primo vero messaggio di pace e di amore verso i poveri, verso quelli che soffrono.
Da quel primo presepio ad oggi molte cose sono cambiate. Ci sono ancora uomini poveri, che hanno fame e soffrono, ma inspiegabili e falsi condizionamenti sociali, impongono il rispetto verso indifferenti e freddi seminatori di malcontento, che non riescono a comprendere che la Terra e noi stessi siamo avvolti dal raggio dell’Eterno e che il Figlio di Dio è venuto a portare a tutti un messaggio d’amore.
La scuola in quanto struttura organica finalizzata alla formazione di una coscienza comune, per sollecitare il perfezionamento morale dei suoi alunni, dovrebbe, anche e soprattutto, far riflettere attraverso segni concreti e visibili, sulla bellezza del Natale, sull’importanza di aprirsi verso coloro che sono immersi nel gelido e confuso fluire del tempo e hanno bisogno di aiuto per trovare una luce.
La luce è la gioia che sperimentiamo ogni mattino; tutti per sollevarci dal dolore, dalla solitudine, dalla paura e dalla morte, abbiamo bisogno della luce, quella luce che dà senso al nostro tempo e fa nascere la vita.
Luce e gioia, queste due meravigliose forze del nostro cuore, dovremmo imparare a difenderle con tutti i mezzi.
Allora, perché privare tanti ragazzi che, nelle nostre scuole, si avvalgono dell’insegnamento della religione cattolica, della gioia e del mistero della luce? Perché impedire loro di aprire questo scrigno pieno di dolci sentimenti, emozioni e vibrazioni che danno gioia e rinfrancano il corpo e lo spirito?
Si può dire che, oggi, paradossalmente, quelle luci così attraenti che illuminano le nostre vie e così desiderose di infondere speranza, nonostante la concessione di lunghe vacanze natalizie, oscurano l’educazione, non sono più quelle stelle che fanno scoprire all’educando la caducità degli eventi, la funzione formativa di una festa che può e deve mantenere viva la sacra scintilla della coscienza che si va spegnendo.
La scuola non può fare a meno di momenti educativi che conducono ad una piena adesione d’amore, che immergono in un clima di gioia, di luce e di speranza.
La decisione di alcuni Dirigenti Scolastici di vietare il Presepe a scuola, di cercare con tutti i mezzi di relegare nell’oblio quel patrimonio che ha guidato e continua a guidare il cammino di tanti giovani, umilia e disprezza la memoria di un fatto storico, la nascita di Gesù, ma soprattutto, cancella in modo arbitrario e gratuito quei valori fondamentali che esprimono la forza dell’affetto che la pedagogia religiosa ha sempre curato e trasmesso.
Parafrasando un’espressione di Dostojewski, con profondo rammarico e intima tristezza, potremmo, pertanto, dire: “Che brutta scuola è mai questa dove nessuno la vivifica e la illumina con la luce dello spirito”.
Infatti, chi ha conoscenza profonda dell’animo giovanile, sa quanto la pedagogia del soprannaturale possa offrire pagine stupende in cui l’alunno ha la possibilità di sperimentare quanto sia bello e naturale accogliere e far propria la scienza della vita. E la riflessione sul Natale, più di ogni altro argomento, ha la forza di orientare lo sguardo sulla bellezza e sulla grandezza della vita umana, fortifica il giudizio morale e dà un’impronta sicura e coerente al proprio agire.
Bisogna, in pratica, riconoscere che il funesto errore di combattere i simboli religiosi poco giova, atrofizza la vita e occulta i sentimenti.
È un fatto innegabile che, attraverso l’esperienza concreta di importanti segni e verità storico-religiose, l’uomo si apre alla volontà buona, non è più un passante sfiorato dalla vita, ma un pensiero, una potenza, una bontà sempre presente e viva.

La graduale scomparsa di simboli natalizi nelle scuole oscura l’educazione, lettera Inviata da Fernando Mazzeo, Orizzonte scuola.it

La graduale scomparsa di simboli natalizi nelle scuole oscura l’educazione. Lettera