Ormai solo l’educazione ci può salvare: Note per educare alla nonviolenza nel tempo della paura

Il panorama attuale

Si vis pacem para bellum, se vuoi la pace prepara la guerra, è il vecchio motto latino che ha accompagnato millenni di storia dell’umanità. Storia punteggiata da guerre, da centinaia di milioni di morti, da enormi sprechi di risorse sottratte all’educazione, all’istruzione, alla sanità, al welfare: nel solo 2017 la spesa pubblica militare mondiale è stata 1.739 miliardi di dollari, in crescita costante. Se si fosse trattato di un enorme esperimento scientifico per validare l’ipotesi – per quanto intuitivamente assurda – che per fare la pace bisogna preparare il suo contrario, la guerra, sarebbe stata abbandonata da tempo. Invece su questa ipotesi – spacciata per certezza – si basa l’organizzazione attuale della società.

Anche della nostra: il nostro Paese è agli ultimi posti in Europa per spesa pubblica per l’istruzione e la cultura è invece ai primi per spesa pubblica militare. E non c’è nessun comparto industriale che possa vantare profitti crescenti come quello delle armi, soprattutto nell’export. Come se non bastasse, il governo vuole incrementare anche il mercato interno con leggi che facilitano il possesso e l’uso delle armi, aprendo anche la società italiana ad uno scenario come quello statunitense, dove decine di scuole – ogni anno – sono teatro di stragi da armi da fuoco

La situazione è dunque gravissima su diversi piani: papa Francesco ha più volte definito la situazione attuale come “terza guerra mondiale diffusa”; gli scienziati atomici nel loro Bollettino annuale continuano a riportare sempre più vicino alla mezzanotte nucleare l’orologio dell’apocalisse (ora a 2 minuti, come nel 1953); le guerre che devastano il pianeta – e che fanno la ricchezza dei produttori di armi – generano migrazioni di profughi che si aggiungono ai migranti che fuggono da situazioni di povertà e di devastazione ambientale; questo esodo diventa il pretesto per promuovere politiche fondate sulla paura dell’alieno e sull’odio nei confronti di chi è differente da noi. E la paura è il pretesto per costruire nuovi muri in tutta Europa, dopo che nell”89 era stato abbattuto quello di Berlino. E per nuove legislazioni razziste.

La violenza culturale

La violenza, spiega Joan Galtung, ha diversi livelli: quello della violenza palese agìta direttamente: la guerra, il terrorismo, l’omicidio; quello della violenza delle strutture economiche e sociali che la favoriscono, come la produzione di armi, gli eserciti, i modelli di sviluppo che devastano l’ambiente e precarizzano le persone, le mafie…; la violenza culturale che sta a fondo di tutto ciò e giustifica e legittima le altre forme di violenza: sono le narrazioni che apprendiamo fin da piccoli secondo le quali i conflitti si risolvono con la violenza ed il fine giustifica i mezzi. Se vuoi la pace prepara la guerra, appunto.

La violenza culturale è quella più difficile da sdradicare perché rappresenta un “implicito culturale”: ciò che è dato per scontato. E’ quello che apprendiamo quando studiamo la storia come un susseguirsi di vicende di violenza – lo spargimento del sangue – mentre nessuno ci racconta i conflitti risolti senza violenza: “il sangue risparmiato”, come lo chiama efficacemente Anna Bravo. Quando nei corsi di formazione ai volontari in servizio civile sul tema della difesa non armata e nonviolenta racconto della resistenza non armata dei danesi sotto l’occupazione nazista che ha salvato – unico caso in Europa – il 98% degli ebrei residenti e come questa abbia portato a modificare anche l’atteggiamento degli occupanti, risparmiando la popolazione dalle rappresaglie, come spiega Hannah Arendt ne “La banalità del male”, i ragazzi mi chiedono perché queste cose non si insegnino a scuola.

Eccoci al punto: ormai davvero solo l’educazione ci può salvare. Si tratta di ribaltare il detto latino e di sostituirlo con uno nuovo: se vuoi la pace prepara la pace. Che cosa vuol dire preparare la pace su un piano educativo? Significa decostruire e delegittimare la violenza culturale e promuovere una narrazione di senso ed una pratica di relazioni radicalmente alternative: quelle della nonviolenza. Che non è solo l’assenza di violenza – che ne è la condizione necessaria ma non sufficiente – ma la costruzione di una prospettiva differente di approccio alla realtà ed alle relazioni. “Poiché le guerre nascono nella mente degli uomini, è nella mente degli uomini che devono essere poste le difese della pace” è scritto efficacemente nel preambolo della Carta dell’UNESCO.

Dieci note per educare alla nonviolena

Allora vediamo alcune note su elementi che mi paiono necessari ad un’educazione fondata sulla nonviolenza:

1. educare alla complessità: viviamo in un sistema complesso ed interconnesso, rispetto al quale – come ha insegnato Edgar Morin – non ci sono risposte e soluzioni semplici, se non quelle fondate sulla violenza. Dunque non sono soluzioni. La nonviolenza è un modo adeguato per stare al mondo nel tempo della complessità;

2. educare al pensiero critico: la realtà e la società non vanno accettate così come sono, ma possono essere cambiate. La violenza non è un destino dell’umanità ma una sua scelta culturale che può essere modificata. Così si conclude la Dichiarazione di Siviglia sulla violenza (UNESCO): “Concludiamo affermando che la biologia non condanna l’umanità alla guerra. Così come “le guerre cominciano nella mente degli esseri umani”, anche la pace comincia nella nostra mente. La stessa specie che ha inventato la guerra può inventare la pace. In questo compito ciascuno di noi ha la sua parte di responsabilità”;

3. educare alla responsabilità, che è un elemento ulteriore rispetto all’educazione alla legalità. Ossia educare al rispetto della legge finché la legge è giusta ma all’obiezione di coscienza ed alla disobbedienza civile se la legge è sbagliata. Per preparare una legge più giusta. E’ il principio di Antigone, all’origine della civiltà, che don Milani ha ribadito con la formula “l’obbedienza non è più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni”;

4. educare all’empowerment, alla gestione positiva ed assertiva del potere che ciascuno possiede. Il potere non come sostantivo singolare maschile, ma come declinazione del verbo potere: io posso, tu puoi, egli può, noi possiamo, voi potete, loro possono. “Il potere di tutti” lo definisce Aldo Capitini;

5. educare a considerare e trattare l’altro sempre un fine e mai un mezzo, come ha insegnato Immanuel Kant, dunque educare al rispetto per l’altro, della sua vita e della sua dignità, indipendentemente dalla provenienza, dalla religione, dal colore della pelle, e da qualsiasi ulteriore specificazione;

6. educare al disarmo, che è disarmo culturale prima che militare. Educhiamo ad uscire dall’egocentrismo, dal nazionalismo, dall’occidentecentrismo, dall’antropocentrismo… Educhiamo al decentramento cognitivo, a guardarci dal punto di vista degli altri, all’ascolto attivo. Che non prevede le armi

7. educare all’umanizzazione dell’avversario: “la nonviolenza è appassionamento all’esistenza, alla libertà ed allo sviluppo di ogni essere” soleva ripetere Aldo Capitini. Dunque non esistono nemici, che vengono de-umanizzati, semmai avversari che vanno umanizzati;

8. educare a concentrarsi su mezzi che siano coerenti con i fini, perché come dice Gandhi “il mezzo sta al fine come il seme sta all’albero, tra i due c’è lo stesso inviolabile legame che c’è tra il seme e l’albero”. Solo i mezzi che usiamo sono nella nostra disponibilità, non i fini;

9. educare alla trasformazione nonviolenta dei conflitti, ossia educare a gestire i conflitti – anche interpersonali – con il metodo nonviolento, in modo che da potenziali distruttori delle relazioni – e principio delle guerre – essi siano occasione di relazioni più intense e profonde;

10. educare personalità nonviolente, come invita a fare Giuliano Pontara: educare al coraggio, all’impegno, alla fiducia negli altri, alla tenacia, alla resilienza, all’empatia, alla creatività, alla mitezza: in una parola alla capacità di sconfiggere la paura.

Si tratta di competenze trasversali, che hanno a che fare tanto con gli apprendimenti formali quanto con gli apprendimenti non formali e informali. Elementi di nonviolenza che, per essere appresi davvero, non devono solo essere raccontati, ma praticati nella quotidianità dell’organizzazione scolastica e nella qualità delle relazioni che si intessono al suo interno, oltre che ricercati nei contenuti delle diverse discipline curricolari. Insomma, la scuola e tutti i contesti formativi – cioè le persone che le abitano – non devono solo educare a questi contenuti, ma devono educarsi ad essi e, da questi, lasciarsi trasformare.

Storia di colonialismo e dei suoi parenti: il CFA, ovvero lo zio d’Africa dell’Euro. – di Stefano Sanna

La crisi greca ha dimostrato, anche agli occhi dei più distratti, che l’euro è l’arma con cui un sistema di governo sovranazionale neoliberista e neo-mercantilista distrugge la democrazia.

Il sistema euro caratterizzato da: azzeramento dei deficit dei singoli Stati, debiti con banche private, scarsità di moneta, politiche di esportazione e conseguente deflazione salariale, ha di fatto trasformato gli Stati alla stregua di Stati coloniali governati dalle economie tedesca e francese (sempre meno ormai da quella francese).

Oggi è chiaro ma 13 anni fa c’era un modo, oltre al punto di vista della MMT, per capire l’involuzione che ci attendeva? C’era, purtroppo c’era.

Nel 1980 il presidente del Burkina Faso Thomas Sankara, in un suo intervento all’ONU, denunciava come il debito del suo Stato fosse utilizzato come strumento di oppressione da parte del governo coloniale. Armato di un coraggio che gli costò la vita, proclamava che gli Africani non dovevano ripagare un debito che non avevano contratto ma che, al contrario, gli era stato imposto dagli ex-colonizzatori. I Francesi, infatti, utilizzavano il debito per decidere e orientare le politiche economiche da cui Sankara voleva svincolarsi.

Per comprendere a pieno il discorso di Thomas Sankara dobbiamo tenere presente che:

  • Il debito del Burkina Faso non era il debito di uno Stato Sovrano;
  • Era un debito contratto con banche private;
  • Era un debito denominato in CFA (Colonies françaises d’Afrique), la moneta comune a 14 Stati africani legata a tasso fisso prima al franco francese ed oggi all’euro (moneta convertibile).

Il CFA possiamo pertanto inquadrarlo come l’anziano zio d’Africa dell’euro.

Il CFA fu istituito nel 1945 per consentire alla Francia di mantenere l’egemonia economica e politica sulle ex colonie francesi e non solo. Il CFA, nato come franco delle “Colonies Françaises d’Afrique”, ha successivamente cambiato nome in franco della “Comunità Francese dell’Africa ” (facendo sparire la scomoda etichetta colonialismo).

Oggi con il CFA si intende sia il franco della Comunità Finanziaria dell’Africa (8 Stati [1]) nel caso dell’UEMOA, che ha come istituto di emissione il BCEAO (Banco Centrale degli Stati dell’Africa Occidentale), sia il franco della cooperazione finanziaria dell’Africa Centrale per il CEMAC (6 Stati [2]), che ha come istituto di emissione il BEAC (Banco degli Stati dell’Africa Centrale).

Le rispettive valute non sono intercambiabili.

Gli accordi che vincolano i due istituti di emissione alle autorità francesi sono identici, e prevedono le seguenti clausole:

  1. Cambio fisso con la divisa europea;
  2. Piena convertibilità delle valute con l’euro garantita dal Tesoro francese (cioè chi possiede CFA può chiedere in qualunque momento che siano cambiati in euro);
  3. Un fondo comune di riserva in moneta estera a cui partecipano tutti i paesi del CFA. Questo fondo è costituito dal 65% di quanto ciascuno Stato africano incassa dalle proprie esportazioni ed è depositato presso il Tesoro francese. Questo significa che per ogni 1000 euro che uno di questi Stati incassa esportando beni reali, 650 euro li trattiene la Francia come riserva a garanzia delle convertibilità del punto 2.
  4. La partecipazione delle autorità francesi nella definizione della politica monetaria della zona CFA.

Dal 1945 ad oggi quei paesi africani sono tra i più poveri al mondo. Negli ultimi due decenni solo la Guinea equatoriale e il Gabon hanno aumentato il proprio PIL grazie alla scoperta dei giacimenti petroliferi che però è andata all’esclusivo vantaggio delle multinazionali e di pochi soggetti locali.

Capire come funziona il sistema monetario dell’euro ci permette di ripercorrere storie economiche diverse dalla nostra e capire come e perché un sistema possa diventare lo strumento di sfruttamento e di annientamento delle democrazie, o come in questo caso diventare lo strumento per proseguire la dominanza colonialista.

Sankara non conosceva la potenza democratica della moneta Fiat, ma non si era limitato a chiedere il condono del debito. Aveva denunciato le armi economiche e finanziare utilizzate per soggiogare i popoli. Pretendeva la sovranità del suo Stato.

Gli articoli sul CFA, come quello di Nicolas Agbohou o di Demba Moussa Dembélé, sono una precisa analisi non solo del sistema CFA ma anche di sistemi analoghi come l’euro. Le analogie dei due sistemi confermano che chi conosceva il sistema CFA sapeva benissimo cosa è la moneta unica europea.

L’euro dei colonialisti Kohl e di Mitterrand è stato senza ombra di dubbio una scelta deliberata per sottomettere economie e popoli, prima africani e successivamente del Sud Europa.

L’avevano spiegato anni prima gli economisti della MMT e l’aveva capito e urlato il prof. Alain Parguez, prima di essere accerchiato dalla voluta coltre di oblio nelle Università Francesi ed Europee.

 

Note

1.^ Benin, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Guinea-Bissau, Mali, Niger, Senegal e Togo

2.^ Camerun, Repubblica Centroafricana, Repubblica del Congo, Gabon, Guinea Equatoriale e Ciad

di Stefano Sanna, 15 settembre 2018,  https://www.retemmt.it/cfa-ovvero-lo-zio-dafrica-delleuro-storia-di-colonialismo-e-dei-suoi-parenti/

Pink Floyd: Live at Pompei

Pink Floyd: Live at Pompei

Pink Floyd: Live at Pompeii, uscito in Italia anche con il titolo Pink Floyd a Pompei, è un film-documentario-concerto diretto da Adrian Maben, uscito nella versione per le sale cinematografiche nel 1974 e incentrato sulla musica del gruppo rock inglese dei Pink Floyd.

Moulin Rouge

Moulin Rouge

Moulin Rouge! è un film musical del 2001 del regista Baz Luhrmann, ispirato all’opera La traviata di Giuseppe Verdi. La pellicola è considerata atipica nel suo genere perché i brani cantati non sono opere originali, ma rivisitazioni di alcuni dei brani storici della musica pop interpretati dal cast; in particolare i due attori protagonisti Nicole Kidman e Ewan McGregor stupirono il pubblico con le loro doti canore non essendo dei cantanti professionisti.[1]

Nella storia sono presenti personaggi sia di fantasia sia realmente esistiti: fra questi vi è il pittore Henri de Toulouse-Lautrec (interpretato da John Leguizamo), uno dei massimi esponenti dello spirito bohémien, racchiudibile nelle quattro parole chiave del lungometraggio Libertà – Bellezza – Verità – Amore, ed il musicista Erik Satie (Matthew Whittet), che stando alle cronache dell’epoca era ancor più eccentrico e stralunato di come mostrato nel film. Moulin Rouge! è noto per mescolare la spettacolarità scenica ad un certo surrealismo, in linea con lo spirito della Parigi dell’epoca; dal punto di vista visivo, predominano i colori caldi, il rosso su tutti, alternati a toni cupi e freddi nelle scene drammatiche di maggior tensione.

La sua uscita è stata considerata la “rinascita” del musical, un genere cinematografico che per molti anni era stato disertato dal cinema live action e tenuto in vita solo dai classici Disney d’animazione e il film è stato vincitore di due premi Oscar nel 2002, per la migliore scenografia e i migliori costumi, vincendo due statuette sulle otto nomination avute.

È stato presentato in concorso al 54º Festival di Cannes.[2]

A Beautiful Mind

A Beautiful Mind

A Beautiful Mind è un film del 2001 diretto da Ron Howard, dedicato alla vita del matematico e premio Nobel John Forbes Nash jr., interpretato da Russell Crowe.

John Nash, matematico americano e vincitore del Premio Nobel per l’economia nel 1994, in un simposio di teoria dei giochi presso l’università di Colonia, in Germania
Il film è liberamente ispirato all’omonima biografia di Sylvia Nasar, pubblicata in Italia col titolo Il genio dei numeri.