Ormai solo l’educazione ci può salvare: Note per educare alla nonviolenza nel tempo della paura

Il panorama attuale

Si vis pacem para bellum, se vuoi la pace prepara la guerra, è il vecchio motto latino che ha accompagnato millenni di storia dell’umanità. Storia punteggiata da guerre, da centinaia di milioni di morti, da enormi sprechi di risorse sottratte all’educazione, all’istruzione, alla sanità, al welfare: nel solo 2017 la spesa pubblica militare mondiale è stata 1.739 miliardi di dollari, in crescita costante. Se si fosse trattato di un enorme esperimento scientifico per validare l’ipotesi – per quanto intuitivamente assurda – che per fare la pace bisogna preparare il suo contrario, la guerra, sarebbe stata abbandonata da tempo. Invece su questa ipotesi – spacciata per certezza – si basa l’organizzazione attuale della società.

Anche della nostra: il nostro Paese è agli ultimi posti in Europa per spesa pubblica per l’istruzione e la cultura è invece ai primi per spesa pubblica militare. E non c’è nessun comparto industriale che possa vantare profitti crescenti come quello delle armi, soprattutto nell’export. Come se non bastasse, il governo vuole incrementare anche il mercato interno con leggi che facilitano il possesso e l’uso delle armi, aprendo anche la società italiana ad uno scenario come quello statunitense, dove decine di scuole – ogni anno – sono teatro di stragi da armi da fuoco

La situazione è dunque gravissima su diversi piani: papa Francesco ha più volte definito la situazione attuale come “terza guerra mondiale diffusa”; gli scienziati atomici nel loro Bollettino annuale continuano a riportare sempre più vicino alla mezzanotte nucleare l’orologio dell’apocalisse (ora a 2 minuti, come nel 1953); le guerre che devastano il pianeta – e che fanno la ricchezza dei produttori di armi – generano migrazioni di profughi che si aggiungono ai migranti che fuggono da situazioni di povertà e di devastazione ambientale; questo esodo diventa il pretesto per promuovere politiche fondate sulla paura dell’alieno e sull’odio nei confronti di chi è differente da noi. E la paura è il pretesto per costruire nuovi muri in tutta Europa, dopo che nell”89 era stato abbattuto quello di Berlino. E per nuove legislazioni razziste.

La violenza culturale

La violenza, spiega Joan Galtung, ha diversi livelli: quello della violenza palese agìta direttamente: la guerra, il terrorismo, l’omicidio; quello della violenza delle strutture economiche e sociali che la favoriscono, come la produzione di armi, gli eserciti, i modelli di sviluppo che devastano l’ambiente e precarizzano le persone, le mafie…; la violenza culturale che sta a fondo di tutto ciò e giustifica e legittima le altre forme di violenza: sono le narrazioni che apprendiamo fin da piccoli secondo le quali i conflitti si risolvono con la violenza ed il fine giustifica i mezzi. Se vuoi la pace prepara la guerra, appunto.

La violenza culturale è quella più difficile da sdradicare perché rappresenta un “implicito culturale”: ciò che è dato per scontato. E’ quello che apprendiamo quando studiamo la storia come un susseguirsi di vicende di violenza – lo spargimento del sangue – mentre nessuno ci racconta i conflitti risolti senza violenza: “il sangue risparmiato”, come lo chiama efficacemente Anna Bravo. Quando nei corsi di formazione ai volontari in servizio civile sul tema della difesa non armata e nonviolenta racconto della resistenza non armata dei danesi sotto l’occupazione nazista che ha salvato – unico caso in Europa – il 98% degli ebrei residenti e come questa abbia portato a modificare anche l’atteggiamento degli occupanti, risparmiando la popolazione dalle rappresaglie, come spiega Hannah Arendt ne “La banalità del male”, i ragazzi mi chiedono perché queste cose non si insegnino a scuola.

Eccoci al punto: ormai davvero solo l’educazione ci può salvare. Si tratta di ribaltare il detto latino e di sostituirlo con uno nuovo: se vuoi la pace prepara la pace. Che cosa vuol dire preparare la pace su un piano educativo? Significa decostruire e delegittimare la violenza culturale e promuovere una narrazione di senso ed una pratica di relazioni radicalmente alternative: quelle della nonviolenza. Che non è solo l’assenza di violenza – che ne è la condizione necessaria ma non sufficiente – ma la costruzione di una prospettiva differente di approccio alla realtà ed alle relazioni. “Poiché le guerre nascono nella mente degli uomini, è nella mente degli uomini che devono essere poste le difese della pace” è scritto efficacemente nel preambolo della Carta dell’UNESCO.

Dieci note per educare alla nonviolena

Allora vediamo alcune note su elementi che mi paiono necessari ad un’educazione fondata sulla nonviolenza:

1. educare alla complessità: viviamo in un sistema complesso ed interconnesso, rispetto al quale – come ha insegnato Edgar Morin – non ci sono risposte e soluzioni semplici, se non quelle fondate sulla violenza. Dunque non sono soluzioni. La nonviolenza è un modo adeguato per stare al mondo nel tempo della complessità;

2. educare al pensiero critico: la realtà e la società non vanno accettate così come sono, ma possono essere cambiate. La violenza non è un destino dell’umanità ma una sua scelta culturale che può essere modificata. Così si conclude la Dichiarazione di Siviglia sulla violenza (UNESCO): “Concludiamo affermando che la biologia non condanna l’umanità alla guerra. Così come “le guerre cominciano nella mente degli esseri umani”, anche la pace comincia nella nostra mente. La stessa specie che ha inventato la guerra può inventare la pace. In questo compito ciascuno di noi ha la sua parte di responsabilità”;

3. educare alla responsabilità, che è un elemento ulteriore rispetto all’educazione alla legalità. Ossia educare al rispetto della legge finché la legge è giusta ma all’obiezione di coscienza ed alla disobbedienza civile se la legge è sbagliata. Per preparare una legge più giusta. E’ il principio di Antigone, all’origine della civiltà, che don Milani ha ribadito con la formula “l’obbedienza non è più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni”;

4. educare all’empowerment, alla gestione positiva ed assertiva del potere che ciascuno possiede. Il potere non come sostantivo singolare maschile, ma come declinazione del verbo potere: io posso, tu puoi, egli può, noi possiamo, voi potete, loro possono. “Il potere di tutti” lo definisce Aldo Capitini;

5. educare a considerare e trattare l’altro sempre un fine e mai un mezzo, come ha insegnato Immanuel Kant, dunque educare al rispetto per l’altro, della sua vita e della sua dignità, indipendentemente dalla provenienza, dalla religione, dal colore della pelle, e da qualsiasi ulteriore specificazione;

6. educare al disarmo, che è disarmo culturale prima che militare. Educhiamo ad uscire dall’egocentrismo, dal nazionalismo, dall’occidentecentrismo, dall’antropocentrismo… Educhiamo al decentramento cognitivo, a guardarci dal punto di vista degli altri, all’ascolto attivo. Che non prevede le armi

7. educare all’umanizzazione dell’avversario: “la nonviolenza è appassionamento all’esistenza, alla libertà ed allo sviluppo di ogni essere” soleva ripetere Aldo Capitini. Dunque non esistono nemici, che vengono de-umanizzati, semmai avversari che vanno umanizzati;

8. educare a concentrarsi su mezzi che siano coerenti con i fini, perché come dice Gandhi “il mezzo sta al fine come il seme sta all’albero, tra i due c’è lo stesso inviolabile legame che c’è tra il seme e l’albero”. Solo i mezzi che usiamo sono nella nostra disponibilità, non i fini;

9. educare alla trasformazione nonviolenta dei conflitti, ossia educare a gestire i conflitti – anche interpersonali – con il metodo nonviolento, in modo che da potenziali distruttori delle relazioni – e principio delle guerre – essi siano occasione di relazioni più intense e profonde;

10. educare personalità nonviolente, come invita a fare Giuliano Pontara: educare al coraggio, all’impegno, alla fiducia negli altri, alla tenacia, alla resilienza, all’empatia, alla creatività, alla mitezza: in una parola alla capacità di sconfiggere la paura.

Si tratta di competenze trasversali, che hanno a che fare tanto con gli apprendimenti formali quanto con gli apprendimenti non formali e informali. Elementi di nonviolenza che, per essere appresi davvero, non devono solo essere raccontati, ma praticati nella quotidianità dell’organizzazione scolastica e nella qualità delle relazioni che si intessono al suo interno, oltre che ricercati nei contenuti delle diverse discipline curricolari. Insomma, la scuola e tutti i contesti formativi – cioè le persone che le abitano – non devono solo educare a questi contenuti, ma devono educarsi ad essi e, da questi, lasciarsi trasformare.

“Un Momento di eternità. Il sabato nella tradizione ebraica”: un libro di Benjamin Gross

L’istituzione dello Shabbat è il più importante contributo offerto dall’ebraismo all’umanità, pur essendo il fondamento della vocazione specifica d’Israele. Antidoto contro la tentazione di dimenticare l’origine, invito al dominio sul tempo per salvaguardare la libertà dell’uomo e anticipo di un giorno futuro che sarà tutto intero Shabbat, il sabato introduce una dimensione diversa in un mondo assorbito e irretito da una folle corsa verso il possesso delle cose.
A un progetto prioritariamente economico, teso in forma ossessiva al soddisfacimento del bisogno e al culto di uno sviluppo senza limiti, esso contrappone la visione di un futuro caratterizzato non da una carenza, ma da una pienezza, richiamando l’indispensabile valore del limite e del rapporto tra le generazioni.

Sommario
Prefazione.  I. Temporalità dello shabbat. 1. Shabbat, ricordo della creazione. Lo shabbat nella natura.  2. Le dieci parole e lo shabbat dell’unità.  3. Shabbat e genitorialità.  4.Shabbat e il santuario.  5. Shabbat e feste.  6. Shabbat e il dono della manna.  7. Il numero sette.  8. L’orizzonte messianico dello shabbat.  II. I ritmi della liturgia dello shabbat. 1. L’accoglienza dello shabbat: la fidanzata e la regina.  2. Le preghiere più importanti delloshabbat.  3. Lo shabbat e la provvidenza. Studio del salmo 92.  4. Shabbat, la luce e il fuoco.  5. Torah e shabbat. La rivelazione della Torah è avvenuta in uno shabbat.  Bibliografia.

 

Descrizione

Autore: Benjamin Gross
Titolo: Un Momento di eternità
Il sabato nella tradizione ebraica
Pubblicazione: 9 novembre 2018
Pagine: 208
Formato: 120x185x15
Editrice: Dehoniane
Prezzo: 19,50 E
EAN: 9788810207154

Regole, esistenza e coscienza: intervista al card. Christoph Schönborn

Ha spiegato al mondo le parole del papa. È conservatore e progressista. È potente e umile. Quanta strada farà ancora nella Chiesa universale l’arcivescovo di Vienna, cardinale Christoph Schönborn? Una conversazione su peccato, coscienza e dubbi.

 

Intervita a Christoph Schönborn

Signor cardinale, nella preparazione a questa intervista mi sono imbattuto in una sua confessione. Per un anno intero, Lei non ha pregato e ha vissuto una profonda crisi rispetto alla sua vocazione presbiterale. Che cosa era successo?
È stata un’esperienza tipica degli anni ’60, ero studente in Germania, era il periodo delle prime rivolte studentesche. Quella crisi si è fatta sentire fortemente anche dentro di me. Ero un giovane domenicano di 21 anni. Avevamo fatto un seminario in cui era stato mostrato che la preghiera non porta nulla, perché bisognava cambiare la società. Non far sperare nell’aldilà, ma trasformare l’aldiquà. Non pregare, ma trasformare. E io ho preso la cosa alla lettera. Pur vivendo nel monastero, per un anno semplicemente non ho pregato.

Non voleva più diventare prete?
C’ero andato vicino. Ma poi c’è stato per me un avvenimento decisivo, una seconda conversione. L’evento chiave fu per me un senzatetto che un giorno arrivò alla porta del monastero. A causa del divorzio, dell’alcol e della perdita del lavoro era caduto molto in basso. Insieme ad altri domenicani mi sono occupato di lui. L’incontro con lui in quel periodo senza preghiera fu per me la chiave per un nuovo incontro con Cristo.

Cosa si deve pensare al riguardo?
Questo: “Ero senza tetto e mi avete accolto”. Non che io avessi in testa in quel momento la frase del vangelo di Matteo, ma dal punto di vista esistenziale è ciò che è successo. È in primissimo luogo l’incontro con l’essere umano, con la persona.

La Chiesa cattolica parla di verità immutabili, ma poi ci sono le crisi, la realtà. Quale peso ha il tempo in queste cose?
Il tempo è più importante dello spazio, direbbe papa Francesco. E io posso solo confermarlo. Il tempo è prima di tutto il tempo della pazienza, della maturazione, anche degli smarrimenti e delle strade sbagliate. Senza strade sbagliate non ci sarebbe la strada giusta. E poi c’è qualcosa come il kairòs, il momento opportuno.

Forse questo vale anche per la Chiesa nel suo complesso. Alcuni sostengono che si sono scelte strade sbagliate, mentre altri riconoscono questo tempo come un momento proprizio. Dal suo punto di vista, dove si trova oggi la Chiesa?
Ritengo che l’impegno sociale estremamente forte di papa Francesco sia il kairòs per la Chiesa di oggi, ma anche per la società. È inseparabilmente legato allo sguardo sulle persone, ad un approccio alle persone che papa Francesco semplicemente prende dal Vangelo.

Talvolta sembra che la Chiesa scopra solo adesso la fragilità dell’essere umano, benché la fragilità sia un grande potenziale per la cura d’anime. Perché le cose vanno così lentamente?
Justin Welby, l’arcivescovo di Canterbury, un uomo meraviglioso, che ho imparato ad apprezzare molto, si trovò a rispondere alla domanda di un giornalista che gli chiedeva che cosa avrebbe voluto cambiare nella Chiesa. E lui replicò che era nella società che voleva cambiare qualcosa.

E Lei cosa risponde?
(ride) Naturalmente voglio cambiare qualcosa nella società! Ma le cose di solito vanno avanti a passo di lumaca. I cambiamenti sociali sono lenti e graduali. Sono fatti da molti piccoli passi. Anche nella vita di ognuno è così. Le virtù, come insegna l’antica saggezza, derivano dal continuare a compiere il bene. Compierlo ancora e ancora. E in questo vedo la fede cristiana come una forza altamente motivante.

Che cosa spinge le persone ad impegnarsi?
In primo luogo un cuore aperto al bisogno degli altri, e poi l’accettare l’ispirazione del Vangelo. È un inesauribile potenziale di rinnovamento.

È lo sguardo della Chiesa sui peccatori a cambiare, o cambia addirittura lo sguardo della Chiesa sul peccato?
(lunga pausa) Il vecchio Anselm di Canterbury nel XII secolo nel suo famoso dialogo dei monaci sul tema “Perché Dio si è fatto uomo?”, doveva rispondere a questa domanda del suo discepolo Boso: “Dio avrebbe potuto semplicemente tirare una riga su tutti i peccati, poteva semplicemente cancellarli”. E Anselm gli dice: “Non hai pensato a quale peso ha il peccato”. Noi corriamo il rischio di minimizzare, di sdrammatizzare il peccato! Di non sapere più che cosa è veramente il peccato, nel senso più radicale della parola.

Che cos’è allora?
Che cos’è? È, ad esempio, il sottile tono svalutativo che può essere usato pur parlando della bontà di un altro.

Può farmi un esempio in modo che io possa capire?
Purtroppo è un’esperienza quotidiana. Tu parli con qualcuno di una terza persona e ti sforzi di dire qualcosa di buono, ma lo fai con un tono leggermente ironico. Intendendo: ci siamo capiti. Papa Francesco dice che questo può equivalere a un omicidio.

L’ironia è un peccato?
No, non è così semplice! (ride) Il male che io faccio con una piccola osservazione può improvvisamente, di colpo, rendermi consapevole di quale dramma sia il peccato. Non è assolutamente innocuo.

Continuo a non capire…
Faccio un altro esempio, un’esperienza che mi viene da una confessione. Un uomo ha ballato con sua moglie. Ma incrocia lo sguardo con un’altra donna e in questo commette qualcosa come un adulterio. Con profondo sgomento ne prende consapevolezza. Una cosa del tutto innocua, che succede chissà quante volte al giorno. E ad un tratto uno si rende conto che è un dramma. Eppure avevo promesso fedeltà! Tutt’a un tratto c’è la realtà del peccato. E una così piccola esperienza può rendere consapevoli di quel grande dramma che è il peccato.

Ma questo, la maggior parte delle persone non lo capisce più!
Non ne sono così sicuro. Non si tratta di inculcare il peccato con una mazza da fabbro in una predica tonante. Si tratta di considerare ciò che Gesù dice nel Vangelo: tu non hai ucciso nessuno, ma la parola che hai pronunciato su qualcuno e che forse si è diffusa, è anch’essa omicidio. Quando uno si rende conto di questo in una situazione minima, apparentemente insignificante, allora può immaginare quanto male infinitamente profondo avviene a causa del peccato.

La Chiesa ha bisogno di un nuovo linguaggio se vuole rendere comprensibili ad ogni persona questi complessi rapporti?
Non credo che sia così complicato.
Ma la maggior parte delle persone non l’ascoltano. Si allontanano dalla Chiesa.
Non si tratta della Chiesa. Vicinanza o lontananza dalla Chiesa sono aspetti relativamente esteriori. Io credo che questi problemi siano semplicemente i problemi di fondo della vita. Li incontriamo tutti, non vi possiamo sfuggire. Possiamo vivere molto devotamente all’interno della Chiesa e non porci mai queste domande. Oppure possiamo vedere Shakespeare a teatro e porci tutte queste domande, che sono tutte presenti in Shakespeare. Le possiamo trovare in ogni grande letteratura, in moltissimi film. Come nasce la colpa? Non è in primo luogo un problema della Chiesa, è un problema degli esseri umani. Papa Francesco parla apertamente a moltissime persone che con la Chiesa hanno poco a che fare. Ma che sono toccati dai suoi gesti e dalle sue parole e dal suo approccio alle persone e sentono in qualche modo che di quello si tratta.

Quando Lei nell’aprile 2016 su richiesta del papa ha presentato in Vaticano l’esortazione apostolica Amoris laetitia, sembrava essersi liberato da un peso. È vero?
Sì, ha completamente ragione. Trovo quel documento assolutamente confortante.

Perché?
Perché il documento del predecessore Giovanni Paolo II, Veritatis splendor, in un certo senso ha mostrato solo un lato della realtà, ma non ha tenuto in considerazione l’altro lato. A Giovanni Paolo II premeva chiarire che ci sono norme oggettive. E quello era assolutamente necessario. Non è che io possono crearmi da solo la mia norma. Ci sono norme oggettive. In questo modo però si è detta solo una metà della cosa. E la seconda metà l’ha aggiunta papa Francesco con Amoris laetitia. Si sente nel documento il suo sottofondo esistenziale. Le innumerevoli famiglie estremamente povere che ha conosciuto in America Latina. Lì non puoi andarci solo con norme oggettive! Devi anche vedere quale realizzazione di umanità magari eroica può concretizzarsi in queste condizioni di vita. L’osservazione attenta delle realtà concrete ha fatto enormemente bene.

Cosa succede alla lunga ad una norma che non viene seguita? Rimane davvero intatta?
Naturalmente la norma rimane intatta. Non è una misura neutrale, ma è alla fine la realtà. Il non riuscire a vivere pienamente secondo la norma è l’esperienza diffusa che non riusciamo ad essereciò che davvero dovremmo essere. E di questa tensione soffriamo. Ma le cosiddette norme oggettive non sono qualcosa di astratto.

I dieci comandamenti non sono astratti?
Sono elementari regole di base della vita, e tutti sappiamo che sono vere. Non dire falsa testimonianza, non mentire, è una cosa ovvia. Non è una norma astratta, è una norma di vita. Perché ha a che fare con le nostre relazioni. Non rubare, il settimo comandamento, che è forse quello più violato, è il comandamento della giustizia. I maestri classici di tutte le religioni dicono che è presente nella coscienza dell’essere umano. Per questo i dieci comandamenti li si può trovare nella loro sostanza in tutte le religioni.

Le cose diventano difficili quando si passa al concreto…
La difficoltà comincia con la domanda: quanto devo dire al mio capo? Devo dirgli tutto? Oppure: quanto devo dire al mio partner, alla mia partner? Quando comincia la bugia e quando si tratta di compassione, della volontà di non scaricare tutto su di lui o su di lei? È la tensione tra la norma e l’agire concreto. Ci sono situazioni nella vita in cui l’effetto della norma sull’agire concreto è immediato. È la situazione della chiarezza, quando so che non posso farlo, in coscienza. Ma poi ci sono le molte situazioni in cui non è così chiaro. Allora non si tratta di fare delle eccezioni alla norma, ma di cercare di capire come si applica correttamente la norma.

“La Chiesa deve formare le coscienze, non sostituirsi ad esse”, scrive Francesco in Amoris laetitia. I cattolici oggi possono ascoltare la loro coscienza più di prima?
L’insegnamento classico dice che devono sempre seguire la loro coscienza. John Henry Newman lo ha detto nella sua frase spesso citata, in cui dice che tiene prima alla sua coscienza, e poi al papa: “I toast the pope, but I toast conscience first”. Naturalmente la coscienza è sempre l’istanza più profonda. La domanda difficile è: come formo la mia coscienza? Quando mi trovo di fronte ad una decisione difficile, che mi coinvolge davvero in coscienza, come mi oriento?

E qual è la risposta?
La Chiesa vuole darmi un aiuto nell’orientamento attraverso il Vangelo, la Bibbia, l’esperienza della Chiesa, l’esperienza dei santi. Perché leggiamo le vite dei santi? Perché è un aiuto nell’orientamento. Loro hanno dovuto affrontare situazioni difficili, come si sono comportati? Come mi comporto io se arrivo ad una crisi nella vita, nella mia professione, nella mia vocazione? Ci sono sempre stati tempi in cui si aveva l’impressione che dei rappresentanti della Chiesa volessero quasi sostituirsi alle coscienze dei fedeli. Non sono necessariamente i tempi più gloriosi della Chiesa. Per questo è utile e positivo che papa Francesco dica così chiaramente: formare le coscienze, ma non sostituirsi ad esse.

Non sono poi così lontani quei tempi, non è vero?
Nella Chiesa ci sono sempre state due tentazioni contrapposte, rigorismo e lassismo. A volte è più forte uno, altre volte è più forte l’altro. In fondo sono entrambe posizioni irresponsabili, perché vogliono liberarsi dalla responsabilità. Il grande Inquisitore di Dostojewski crede di poter togliere agli esseri umani la coscienza, il peso della coscienza. È una cosa che non succede solo nella Chiesa. Ci sono persone che sono contente se a loro viene tolto il peso di dover decidere in coscienza. Un ordine è un ordine, dicono. Però c’è anche la tentazione lassista di lasciar correre tutto. Un atteggiamento che può sembrare liberale, ma che spesso è semplicemente privo d’amore.

Gli oppositori di papa Francesco gli rimproverano lassismo…
Papa Francesco dice: né lassismo né rigorismo, invece distinguere, considerare, esaminare: discernere. Naturalmente sentendo anche ciò che dice la Chiesa. Ma innanzitutto guardare la reale situazione e la voce della mia coscienza. Ascoltarla presuppone anche un certo stile di vita. Se ci si stordisce continuamente con rumore, attivismo, divertimento e distrazione, diventa sempre più difficile sentire la voce della coscienza. La sfida di papa Francesco è la difficile via del discernimento. Che cosa è adatto a una certa situazione, a una certa sfida e come posso davvero risponderne davanti alla mia coscienza? E questa è una via molto più faticosa e più esigente del lassismo che lascia correre.

Lei capisce i “dubia” dei quattro cardinali all’insegnamento del papa?
Sì. Non ritengo giusto il loro modo di procedere, cioè che abbiano pubblicato i “dubia”, e che abbiano detto che il papa non li riceveva. Non è corretto per degli stretti collaboratori del papa. Ma naturalmente è giusto dare una risposta a queste domande. E nel frattempo questo è stato fatto da molti. Rocco Buttiglione ha pubblicato adesso un libro a cui il cardinale Gerhard Ludwig Müller ha scritto un’ampia prefazione. Entrambi dimostrano che i dubbi dei quattro cardinali hanno la loro risposta proprio in Amoris laetitia.

Lei è stato studente di Joseph Ratzinger. Ha collaborato alla stesura del Catechismo della Chiesa cattolica e al contempo è una sorte di interprete modello di Amoris laetitia, il documento finora contestato dell’attuale pontificato. Lei è in un certo senso un ponte teologico tra Benedetto XVI e Francesco?
Non credo che sia necessario un ponte tra i due. Sono molto diversi, ma sono anche molto più vicini di quanto spesso si pensi. Ma è vero, papa Francesco ha dichiarato più volte di apprezzare la mia introduzione a Amoris laetitia, l’ha anche consigliata. Ne sono naturalmente contento. Lo ritengo un documento grande e importante che è anche molto utile a coniugi e famiglie.

Amoris laetitia ha cambiato il suo approccio con i fedeli, ad esempio nella confessione?
Diciamocelo molto sinceramente: il sacramento della penitenza, la confessione, si è estremamente ridotto, su tutto il territorio. A parte poche eccezioni, la confessione non esiste più. Dobbiamo in primo luogo riscoprirla. Non si tratta in primo luogo della domanda se le confessioni sono diventate più severe o più misericordiose. Si tratta della riscoperta di che cosa significa formarsi alla scuola di Gesù. La chiesa è inutile se non è davvero scuola di vita di Gesù. Altrimenti è solo un’istituzione, un’istituzione rispettabile, con antichi istituti, con bellissime chiese e opere d’arte. Ma allora non è come il suo fondatore l’ha pensata, cioè una comunità di persone.

Nella Chiesa avviene una grande svolta. Papa Francesco procede da solo e sempre più avanti e lontano dall’apparato. Perché viene lasciato solo?
Devo pensare alle belle foto del sinodo sulla famiglia, quando arrivava a piedi con la sua borsa nera e il passo coraggioso. Si ha proprio l’impressione che vada avanti e preceda. È l’esperienza di Gesù. Il Vangelo è molto sincero sul fatto che i discepoli spesso erano titubanti. E che hanno anche avuto paura, e non l’hanno capito. Hanno litigato tra loro. E nonostante questo, Gesù è andato avanti. Naturalmente il cammino che ha percorso è anche stato un cammino di sofferenza. Francesco davvero a volte va avanti molto da solo. Ma va avanti, e questo è l’essenziale. E molti seguono. Dà coraggio a molti. Che ci sia una svolta, lo si sente. Ho l’impressione che Francesco sia il precursore nella nostra epoca. Si trascina dietro molti. Ma al contempo il suo procedere comporta probabilmente anche una certa solitudine, anche molto dolorosa.

Il fedele tra gli infedeli, Intervita a Christoph Schönborn, a cura di Julius Müller-Meiningen, in “www.zeit.de” del 21 gennaio 2018 (traduzione: www.finesettimana.org)

L’Italia smarrisce il senso del sacro e si riduce il numero dei cattolici: un’indagine di Community Media Research

Le festività natalizie fanno scattare, nel discorso mediatico, un meccanismo consolidato: come andranno le spese delle famiglie in regali, cibo e vacanze? Come andranno i consumi?

Non solo a causa delle difficoltà di quest’ultimo decennio il Natale è annoverato fra gli indicatori dell’andamento dell’economia. La dimensione religiosa della ricorrenza, e non sempre, si declina nell’intimità familiare, nel privato o confinato alle comunità dei credenti. Eppure, la religiosità, così come l’ideologia politica, costituiva un universo di valori per le persone. Un insieme di norme che contribuiva a guidare l’azione dei singoli. Permetteva la costruzione di un senso comune. Offriva un obiettivo condiviso per la costruzione della società e del suo futuro.

Religiosità e ideologie erano le narrazioni delle comunità che (e di come) si sarebbero dovute costruire. L’uso dei verbi al passato non è casuale. Perché tali pilastri hanno perso la loro valenza. La dimensione religiosa è attraversata da tensioni profonde. Già all’inizio degli Anni 60 il sociologo Sabino Acquaviva evidenziò un’«eclissi del sacro». All’orizzonte comune dei valori religiosi di riferimento si è sostituita una declinazione individuale che definiremmo «tailor made», dove ognuno ritaglia su di sé la morale religiosa in una sorta di «fai-da-te». Tant’è che siamo in presenza di «un singolare pluralismo» morale e religioso, così come definito da una ricerca curata da Garelli, Guizzardi e Pace (Mulino) nel 2000.

Un limbo collettivo

A distanza di quasi 20 anni da quell’indagine sono ancora mutate la religiosità e la spiritualità degli italiani?
Community Media Research, in collaborazione con Intesa Sanpaolo per «La Stampa», ha ripercorso alcuni dei temi sugli orientamenti religiosi degli italiani. Pur con le cautele del caso, tuttavia il raffronto con quanto rilevato all’inizio del secolo evidenzia come i processi di trasformazione allora rilevati si siano approfonditi. E, in generale, la società italiana mostri evidenti segni di una progressiva erosione della dimensione del sacro. Le dichiarazioni di appartenenza religiosa raccontano che la maggioranza della popolazione si dichiara ancora oggi cattolica (60,1%). Largamente minoritari sono quanti appartengono ad altre famiglie religiose (dagli islamici ai buddisti, dagli ebrei alle altre cristiane o non cristiane: complessivamente il 6,5%). Per contro, un italiano su tre (33,4%) non sente di appartenere ad alcuna confessione religiosa.

Fin qui, dunque, l’Italia parrebbe un Paese popolato da cattolici. Se è così, tuttavia, tale quota decresce significativamente dal 2000 di 19,1 punti percentuali, quando allora era stimata al 79,2%. Tale travaso, però, più che andare a vantaggio di altri gruppi religiosi, va ad alimentare l’area della non-appartenenza: il 33,4%, contro il 18,8% del 2000. Quindi, la religiosità cattolica coinvolge ancora una larga fetta della società italiana, ma è in contrazione. Non a vantaggio di altre culture religiose, quanto di una sorta di limbo. Un ulteriore riflesso della minore tensione all’appartenenza religiosa è riscontrabile nella frequenza ai riti e alle funzioni religiose. Gli «assidui»” (partecipano tutte le domeniche o almeno più volte al mese) sono il 25,6%, in calo di 24 punti percentuali rispetto al 2000 (erano il 49,6%). Crescono sia i «saltuari» (partecipano solo ad alcune occasioni o ogni 4-5 mesi: 47,0%, dal 34,9% del 2000) sia chi non frequenta mai (27,4%, era il 15,5% nel 2000).

Così, a una diminuzione del senso di appartenenza, consegue un minor grado di partecipazione ai riti delle comunità religiose. È interessante poi osservare come anche all’interno delle famiglie religiose le due dimensioni (appartenenza e partecipazione) non siano così scontate. Fra i cattolici solo il 39,4% è presente in modo assiduo ai rituali, quota però più cospicua rispetto a quanti appartengono ad altri gruppi religiosi (26,2%). I cattolici, quindi, paiono più fedeli, ma è una (larga) minoranza a partecipare con costanza ai momenti comunitari.

Vita spirituale

I processi erosivi della trascendenza nella vita quotidiana si colgono analizzando quanti ritengono di avere una vita spirituale e di credere in un’entità soprannaturale. In entrambi i casi otteniamo che un’ampia minoranza si riconosce nelle due dimensioni: il 45,4% sente di avere propria una vita spirituale, il 40,4% è religioso. Sommando queste affermazioni, identifichiamo quattro profili di religiosità. Il gruppo prevalente è dei «materialisti» (46,3%), che dichiara di non avere né una vita spirituale né religiosa, particolarmente presenti fra i 40enni (64,5%), assai più che fra i giovani (44,5%). Le caratteristiche opposte le troviamo nei «credenti» (34,5%), che sono il secondo gruppo, più diffuso fra gli adulti (oltre 55 anni: 43,4%). Fra questi due insiemi incontriamo quanti hanno una «spiritualità soggettiva» (11,1%), ma non riconoscono alcuna entità superiore. E, viceversa, chi ha un’appartenenza religiosa ispirata dalle consuetudini: la «religiosità culturale» (8,1%). Va sottolineato come la metà fra i cattolici (51,1%) rientri nel gruppo dei «credenti» e il 29,0% alberghi fra i «materialisti».

I processi di secolarizzazione proseguono la loro marcia. La perdita di intensità della dimensione del sacro lascia spazio a una materialità individuale e nelle relazioni, come denunciato dallo stesso Papa Francesco. Eppure il fenomeno dell’eclissi (del sacro) adombra come il lato oscuro nasconda un’altra realtà, che fatichiamo a vedere. Il pluralismo religioso e spirituale emerso dalla rilevazione è anche indice di una ricerca a fronte della perdita del tradizionale orizzonte di valori. È una nuova domanda di senso per l’epoca di trasformazioni che stiamo attraversando. Che richiede una grande opera di discernimento.

L’Italia smarrisce il senso del sacro e si riduce il numero dei cattolici, di Daniele Marin, in “La Stampa” del 22 dicembre 2017

 

Nota metodologica

Community Media Research, in collaborazione con Intesa Sanpaolo per La Stampa, realizza l’Indagine LaST (Laboratorio sulla Società e il Territorio) che si è svolta a livello nazionale dal 9 al 16 ottobre 2017 su un campione rappresentativo della popolazione residente in Italia, con età superiore ai 18 anni. Gli aspetti metodologici e la rilevazione sono stati curati dalla società Questlab. I rispondenti totali sono stati 1.561 (su 13.413 contatti). L’analisi dei dati è stata riproporzionata sulla base del genere, del territorio, delle classi d’età, della condizione professionale e del titolo di studio. Il margine di errore è pari a +/-2,5%. La rilevazione è avvenuta con una visual survey attraverso i principali social network e con un campione casuale raggiungibile con i sistemi CAWI e CATI. Documento completo su www.agcom.it e www.communitymediaresearch.it

“C’è chi vuole pregare e cerca il tempo e il luogo”
intervista a Carlo De Marchi

Don Carlo De Marchi è vicario della Prelatura dell’Opus Dei per l’Italia Centro Sud. Milanese, da 20 anni a Roma, ha un’esperienza di 10 anni di lavoro in una Ong di cooperazione allo sviluppo. Don De Marchi, lei ha pubblicato il saggio «La formula del buonumore».

Qual è la sua percezione sul crollo della dimensione religiosa? Quali sono le cause e i bisogni da cui deriva?

«Il crollo è un dato di fatto, anche se mi pare che papa Francesco vada più in là: la religiosità fondata sull’appartenenza di famiglia o di ceto sociale è finita. I luoghi tradizionali si svuotano? Andiamo a parlare uno per uno con chi sta fuori».

L’«eclissi del sacro» significa che la gente non cerca più il trascendente? Oppure ognuno ritaglia su di sé la morale religiosa?

«Il cristianesimo non è una morale. Sottolineo una linea di fondo: la lotta contro il perfezionismo. Non ci si salva con i propri muscoli, bisogna accettare i difetti propri e altrui. Il cristianesimo non è credersi perfetto, ma incontrare Gesù che salva le persone e le relazioni».

Quali sono i segni più evidenti di questo calo di religiosità?

«Esiste una certa suscettibilità negli ambienti di lavoro: c’è tolleranza su tutto, ma si nota imbarazzo appena si fa un cenno alla fede. È un imbarazzo che si scioglie quando si entra in dialogo a tu per tu. Non si tratta tanto di convincere i colleghi o il mondo, ma di condividere con gli altri un’esperienza».

I cattolici paiono più fedeli, ma è una (larga) minoranza a partecipare con costanza ai momenti comunitari. Questo che cosa significa?

«Ho un’esperienza, comune a tanti sacerdoti: ho condiviso sul web alcune meditazioni e ho notato con sorpresa che varie centinaia di persone le ascoltano. Vogliono pregare ma non trovano il tempo o il luogo. Per questo le ho chiamate “meditazioni in tangenziale”.
Anche un ingorgo si può trasformare in luogo sacro. I numeri globali calano, ma forse queste persone e famiglie stanno crescendo. Benedetto XVI parlava di creatività delle minoranze. Mi pare che il Vangelo anche oggi attragga, quando è presentato in modo autentico e personale. Il cristianesimo di facciata è in crisi, ma forse è meglio così».

La secolarizzazione è irreversibile in tempi brevi?

«I processi non sono irreversibili, anzi il trend è già cambiato. L’altro ieri pomeriggio sono stato cinque ore in confessionale. Dovunque un prete si mette ad ascoltare si crea una coda paragonabile alle auto in doppia fila per le spese natalizie».

a cura di Domenico Agasso jr, in “La Stampa” del 22 dicembre 2017

 

“Paradosso Europa”: i grandi paradossi della cultura Occidentale e il sogno di un’Europa più umana – A.Heller

A sessant’anni dalla firma dei Trattati di Roma, l’Unione Europea vive la più profonda crisi della sua storia: nazionalismi, populismi, divisioni politiche ed economiche minacciano di distruggere il sogno di un’Europa unita e pacificata. Rivolgendo uno sguardo particolare alla difficile situazione politica del suo paese, l’Ungheria, assediata dal razzismo e dalla questione rom, Ágnes Heller mette in discussione i cosiddetti “valori comuni europei”, si interroga sul ruolo dei singoli cittadini e solleva una domanda scottante: l’Europa è qualcosa di più di un museo? Da questo libro emergono i grandi paradossi che caratterizzano tanto il continente europeo quanto l’intera cultura occidentale: universalismo umanista e fanatismo nazionalista, tolleranza e xenofobia, totalitarismo e libertà. Conflitti che si fanno più drammatici nella crisi dei rifugiati e che mettono in serio pericolo l’intera costruzione di una comunità europea. Ma Heller, con tenace fermezza, suggerisce che non bisogna rinunciare a realizzare il sogno di una Europa umana: questa utopia dipende da noi.

 

Descrizione

Titolo: Paradosso Europa
Autore: Ágnes Heller
Traduttore: M. Fiorilli, D. Nuccilli
Editore: Castelvecchi
Anno edizione: 2017
Pagine: 64 p., Brossura
EAN: 9788832820850
Prezzo: 10,00 Euro

 

 

«È solo la conoscenza a promettere libertà»
intervista a Anges Heller

Ágnes Heller è una delle più importanti filosofe viventi. Classe 1929, allieva di György Lukács, diventa una esponente di rilievo della Scuola di Budapest; ma dopo avere criticato l’invasione della Cecoslovacchia, è costretta a lasciare l’Accademia delle Scienze. Insegna prima in Australia; poi assume la stessa cattedra lasciata da Hannah Arendt a New York. Teorica dei «bisogni radicali» e della «rivoluzione della vita quotidiana», ha appena pubblicato, per Castelvecchi, Paradosso Europa, in cui – a sessant’anni dalla firma dei Trattati – si analizza l’attuale crisi dell’Unione, tra nazionalismi, populismi e divisioni.

Cosa può salvare l’Europa, oggi?

«Dopo la fine dell’Impero romano e la grande migrazione barbara, tutto fu distrutto: persone, edifici, teatri, biblioteche. La gente era analfabeta. Eppure c’erano alcuni frati che sapevano ancora qualcosa dei libri. Cercarono di collezionare libri dove ne trovavano e li portarono nei monasteri in Irlanda. Dal loro sforzo è nata una nuova cultura. La cultura porta la promessa della libertà e i libri portano la cultura. Niente li sostituisce».

Il tempo dell’Unione è finito?

«Non bisognerebbe sminuire lo sforzo già compiuto per stabilire una sorta di unità europea. Entrambe le guerre mondiali sono state scatenate dall’inimicizia storica tra Francia e Germania. Sembra che questa inimicizia sia finita, per cui c’è qualcosa in cui sperare. Come si svilupperà l’Unione europea, in che misura diventerà davvero il cuore e l’anima di un’Europa comune, dipende dai cittadini europei. Un nuovo inizio nel lungo periodo è possibile in un continente composto da Stati nazionali? Si può sperare che lo sia».

Lei ha scritto un interessante pamphlet, Dubitare fa bene?, in cui ci ricorda come la filosofia stessa sia nata dal dubbio.

«I teologi hanno spesso detto che chi non ha mai dubitato non ha fede. E avevano ragione. Di tanto in tanto, bisogna mettere in questione le proprie idee e convinzioni, perché altrimenti diventano dogmi. Il dubbio è una sorta di sospensione delle convinzioni o della fede. Sospendere una convinzione non significa necessariamente abbandonarla, può voler dire anche trasformarla o comprenderla meglio. Se si ascoltassero davvero le opinioni degli altri, e i giudizi contrari ai nostri, si potrebbe cominciare a dubitare della validità assoluta delle proprie precedenti convinzioni, abbandonarle o anche soltanto modificarle».

Possiamo dubitare di una fede, o di noi stessi?

«La filosofia comincia con il dubbio, ma non termina con il dubbio. Fino al XIX secolo, la filosofia tradizionale ad eccezione degli scettici terminava normalmente con la presentazione della verità reale in contrasto con la mera opinione. La verità del filosofo precedente veniva confutata dal filosofo successivo e sostituita con un’altra verità reale. Hegel, infine, arrivò alla conclusione che il Tutto è la Verità. Il dubbio in quanto aspetto costante della filosofia fu accettato solo dopo la scomparsa dei sistemi metafisici».

Pensa che l’integralismo religioso, come ogni ideologia, sia solo incapacità di mettersi in discussione?

«La libertà è un valore, come la vita o la giustizia. Non si può dubitare della validità dei valori universali, ma si possono sollevare dubbi sulla loro interpretazione, anche sulle varie interpretazioni della libertà (per esempio, un padre è libero di educare i suoi figli come crede?)».

Lei ha firmato anche una importante Teoria dei sentimenti. Crede sia un tema ancora sottovalutato, nella filosofia in generale?

«I sentimenti non sono stati dimenticati nelle filosofie, ma hanno occupato generalmente un posto molto in basso nelle nostre facoltà. Era comunemente accettato che la ragione dovesse controllare i sentimenti, perché i sentimenti sono irrazionali. Le cosiddette pulsioni, cioè i desideri, le motivazioni, erano considerate più pericolose dei sentimenti riflessivi (gioia, tristezza, vergogna). E tuttavia si è spesso discusso dei sentimenti da Aristotele, passando per Spinoza, fino a Kant. Hume suggerì addirittura che la ragione dovesse essere schiava delle passioni».

Lei ha scritto sul controllo dei sentimenti e su come questi siano utilizzati in letteratura e nel teatro.

«In filosofia vengono sollevate delle domande sulla ricezione delle parole artistiche, sui sentimenti che un’opera d’arte innesca nell’anima di chi la riceve. Platone rifiuta le tragedie, perché a guardarle a teatro si proverebbe empatia per gli uomini e le donne che hanno agito in modo immorale. Le persone provano empatia per Edipo, ad esempio, che ha ucciso il padre e ha dormito con la madre. La rappresentazione pubblica delle tragedie era spesso vietata per evitare precisamente l’empatia immorale».

E nella modernità?

«Gli autori moderni, al contrario, apprezzano la capacità umana di provare empatia per le persone con cui non hanno nulla in comune. Il tipo di sentimenti che ha giocato un ruolo centrale nella letteratura dipende dal genere e dall’epoca in cui i testi sono stati scritti. L’amore tra uomo e donna è diventato un tema centrale solo in tempi moderni, prima nella poesia, poi nel dramma, infine nei romanzi e nell’opera. L’ambizione è sempre stata un desiderio centrale nel dramma, e nel XIX secolo è diventata importante anche nei romanzi. Le cosiddette emozioni intellettive, come la credulità o le convinzioni, sono rimaste dominanti in diversi generi, anche nella commedia».

Cosa sta scrivendo adesso?

«Ho finito un saggio dal tema elogio dell’imperfezione e sto scrivendo un testo per una conferenza che si terrà a Weimar sulla filosofia radicale nel XIX secolo da Marx a Nietzsche».

Cosa pensa dell’Italia e degli Italiani?

«Amo l’Italia e ho sempre avuto esperienze positive con gli italiani che ho incontrato. Ma non conosco gli italiani. Bisogna vivere in un Paese per decenni per avere un’opinione sul suo popolo».

a cura di Riccardo De Palo, in “Il Messaggero” del 15 dicembre 2017

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La graduale scomparsa di simboli natalizi nelle scuole oscura l’educazione: Testimonianza di un educatore

In questo periodo dell’anno, nei paesi e nelle città della nostra laica società civile, si respira aria di festa.

Le vetrine dei negozi sono tutte addobbate con accattivanti simboli natalizi, le vie del centro risplendono di mille luci e colori, giganteschi alberi luccicanti dominano le piazze principali, artistici presepi fanno bella mostra di sé negli angoli più belli dei centri storici, giardini, finestre, balconi e porte delle case sono allietate da domestiche e festose luminarie: ovunque, è possibile leggere, attraverso ciò che la sapienza popolare ha saputo inventare e tramandare, segni di pubblico culto verso la Divina e misteriosa presenza.
Per la maggior parte degli uomini il periodo natalizio è intimamente legato alle vicende umane, sono giorni di luce, di festa, di doni, di pace, di incontro. La sfera dei sentimenti, generalmente trascurata, si riprende il suo spazio e si manifesta nella sua pienezza vitale: ognuno si sente invitato ad una festa veramente universale.
Si può dire che il Natale risplende di immagini, colori, voci e suoni per tutti: voci di gioia, voci di solidarietà, voci di bontà, voci di accoglienza, voci di speranza, voci di benessere ecc., e ciascuno vi si immerge felice. Queste voci, però, non riescono a risuonare nelle aule e negli atri delle scuole, tristemente silenziose, vuote e disadorne in nome di una non ben definita laicità della scuola e dell’educazione.
Chi ha responsabilità educative intravede in ciò una evidente e pericolosa contraddizione, un segno di debolezza che spinge l’uomo a seguire falsi cammini che, sicuramente, possono risultare agevoli e comodi, ma, di fatto, deformano il volto più autentico del Natale, inaridiscono il cuore, sminuiscono ogni autentico interesse e cooperazione con la volontà divina e annullano l’intima connessione con una fede e un amore grandissimo.
Le ricorrenze natalizie che possiedono un fascino tutto particolare, da sempre hanno avuto una forte valenza formativa, erano piene di poesia, di aspetti umani autentici e vitali; alunni pellegrini davanti ai presepi, ragazzi in religioso silenzio, commossi a scuola, dinanzi alla piccola grotta, ascoltavano il primo vero messaggio di pace e di amore verso i poveri, verso quelli che soffrono.
Da quel primo presepio ad oggi molte cose sono cambiate. Ci sono ancora uomini poveri, che hanno fame e soffrono, ma inspiegabili e falsi condizionamenti sociali, impongono il rispetto verso indifferenti e freddi seminatori di malcontento, che non riescono a comprendere che la Terra e noi stessi siamo avvolti dal raggio dell’Eterno e che il Figlio di Dio è venuto a portare a tutti un messaggio d’amore.
La scuola in quanto struttura organica finalizzata alla formazione di una coscienza comune, per sollecitare il perfezionamento morale dei suoi alunni, dovrebbe, anche e soprattutto, far riflettere attraverso segni concreti e visibili, sulla bellezza del Natale, sull’importanza di aprirsi verso coloro che sono immersi nel gelido e confuso fluire del tempo e hanno bisogno di aiuto per trovare una luce.
La luce è la gioia che sperimentiamo ogni mattino; tutti per sollevarci dal dolore, dalla solitudine, dalla paura e dalla morte, abbiamo bisogno della luce, quella luce che dà senso al nostro tempo e fa nascere la vita.
Luce e gioia, queste due meravigliose forze del nostro cuore, dovremmo imparare a difenderle con tutti i mezzi.
Allora, perché privare tanti ragazzi che, nelle nostre scuole, si avvalgono dell’insegnamento della religione cattolica, della gioia e del mistero della luce? Perché impedire loro di aprire questo scrigno pieno di dolci sentimenti, emozioni e vibrazioni che danno gioia e rinfrancano il corpo e lo spirito?
Si può dire che, oggi, paradossalmente, quelle luci così attraenti che illuminano le nostre vie e così desiderose di infondere speranza, nonostante la concessione di lunghe vacanze natalizie, oscurano l’educazione, non sono più quelle stelle che fanno scoprire all’educando la caducità degli eventi, la funzione formativa di una festa che può e deve mantenere viva la sacra scintilla della coscienza che si va spegnendo.
La scuola non può fare a meno di momenti educativi che conducono ad una piena adesione d’amore, che immergono in un clima di gioia, di luce e di speranza.
La decisione di alcuni Dirigenti Scolastici di vietare il Presepe a scuola, di cercare con tutti i mezzi di relegare nell’oblio quel patrimonio che ha guidato e continua a guidare il cammino di tanti giovani, umilia e disprezza la memoria di un fatto storico, la nascita di Gesù, ma soprattutto, cancella in modo arbitrario e gratuito quei valori fondamentali che esprimono la forza dell’affetto che la pedagogia religiosa ha sempre curato e trasmesso.
Parafrasando un’espressione di Dostojewski, con profondo rammarico e intima tristezza, potremmo, pertanto, dire: “Che brutta scuola è mai questa dove nessuno la vivifica e la illumina con la luce dello spirito”.
Infatti, chi ha conoscenza profonda dell’animo giovanile, sa quanto la pedagogia del soprannaturale possa offrire pagine stupende in cui l’alunno ha la possibilità di sperimentare quanto sia bello e naturale accogliere e far propria la scienza della vita. E la riflessione sul Natale, più di ogni altro argomento, ha la forza di orientare lo sguardo sulla bellezza e sulla grandezza della vita umana, fortifica il giudizio morale e dà un’impronta sicura e coerente al proprio agire.
Bisogna, in pratica, riconoscere che il funesto errore di combattere i simboli religiosi poco giova, atrofizza la vita e occulta i sentimenti.
È un fatto innegabile che, attraverso l’esperienza concreta di importanti segni e verità storico-religiose, l’uomo si apre alla volontà buona, non è più un passante sfiorato dalla vita, ma un pensiero, una potenza, una bontà sempre presente e viva.

La graduale scomparsa di simboli natalizi nelle scuole oscura l’educazione, lettera Inviata da Fernando Mazzeo, Orizzonte scuola.it

La graduale scomparsa di simboli natalizi nelle scuole oscura l’educazione. Lettera

IL MEIS di Ferrara: Mille anni di ebraismo italiano tra diversità e assimilazione

«Amato da tutti», sta inciso in latino alla fine del suo scarno epitaffio di pietra. In calce, una piccola menorah, il candelabro del Tempio di Gerusalemme ormai distrutto, segno della sua appartenenza. Alexander faceva il macellaio a Roma, intorno al III secolo d.C., e se quasi sempre è così difficile intravedere la vita vera dietro la storia con i suoi documenti e le sue tracce materiali, quella vita torna a noi quasi intatta, con la sua «diversità» di ebreo ma anche nel segno di una vicinanza amica, in fondo inattesa. È proprio questo il segno della mostra «Ebrei, una storia italiana. I primi mille anni» che apre quest’oggi la vita del Meis, il Museo dell’Ebraismo Italiano e della Shoah, in via Piangipane a Ferrara.

Perché, come spiegava Daniele Jalla, uno dei curatori di questa spettacolare mostra che è anche, soprattutto, un avvincente cammino in mille anni e più di storia, se la vicenda ebraica nella Diaspora può essere interpretata con due estremi – l’assimilazione o l’eliminazione -, quella degli ebrei italiani offre da sempre una terza via, che è un’integrazione consapevole. Malgrado molte difficoltà e una certa abbondanza di tragedie, l’ebraismo italiano vive da millenni in bilico fra la propria esiguità numerica e delle solide, tenaci radici che affondano in questa terra, e danno frutti. Questo è il filo conduttore del Meis, inaugurato ieri alla presenza del Presidente della Repubblica e del ministro per i Beni Culturali Dario Franceschini: diversità e integrazione, con un’attenzione costante a quella unicità che è la storia ebraica italiana. Una giornata che è stata un vertiginoso cammino a ritroso nella storia, a partire dalla conferenza stampa che ha visto dialogare il Presidente del Museo, Dario Disegni, il Ministro Franceschini, Tiziano Tagliani sindaco di Ferrara, Michele Coppola, Responsabile Attività Culturali Intesa San Paolo, e Daniele Jalla a nome dei curatori della Mostra – con lui hanno lavorato Anna Foa e Giancarlo Lacerenza – sul futuro del Meis ma anche sulla riforma del sistema museale italiano e soprattutto sull’educazione alla convivenza per le nuove generazioni.

Dal presente e dal futuro della cultura, entrare nella mostra è stato come precipitare negli abissi di un passato a cui tutti in fondo apparteniamo. Nei locali di quello che sino a non moltissimi anni fa era il carcere di Ferrara e che da un punto di vista strutturale è la parte originaria degli edifici museali che saranno pronti nel 2020, la mostra sui «Primi Mille Anni» dell’ebraismo italiano – che resterà aperta sino al 16 settembre 2018 ma di fatto costituisce il primo nucleo dell’esposizione permanente del museo – comincia da Gerusalemme, perché qui tutto comincia, e tutto torna…

Ma la prospettiva con cui si avvia il cammino espositivo della mostra e del Meis, un cammino supportato da una «applicazione» del multimediale davvero significativa e di grande impatto, è Gerusalemme vista dal deserto, Gerusalemme come meta di quel viaggio ancestrale che si dirige verso la Terra Promessa. Poco dopo, di sala in sala, il visitatore si trova a passare sotto l’Arco di Tito, che da due millenni è il simbolo stesso della Diaspora, cioè di un esilio ebraico che è anche dispersione: lì sotto gli ebrei romani per scaramanzia non sono mai passati sino al 1948, anno della fondazione dello Stato d’Israele. Dall’arco di Tito in poi, passando per il macellaio Alexander ma anche per la «iudaea» Claudia, una giovane schiava amata e rimpianta dal liberto che l’aveva comprata – come è detto nella sua lapide -, la storia ebraica italiana si dipana nei suoi eventi cruciali, nelle sue straordinarie conquiste culturali, nei suoi spostamenti lungo il nostro Stivale, attraverso una ricca messe di oggetti in mostra. Ma soprattutto, e in piena fedeltà a una vicenda storica fatta di libri e parole più che di monumenti e materia, attraverso il racconto di ciò che è stato.

Un racconto fatto di luci e ombre, di rispetto e segregazione, di curiosità reciproca e a volte di odio. Ed è davvero significativo che il Meis apra in questo dicembre, alla vigilia del 2018 che segnerà gli 80 anni dall’emanazione delle Leggi Razziali: quasi un invito alla riflessione su quel passato e il nostro futuro.

Mille anni di ebraismo italiano tra diversità e assimilazione, di Elena Loewenthal, in “La Stampa” del 14 dicembre 2017